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	<title>BE! Magazine &#187; Storia &amp; Storie</title>
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	<description>Essere, Bside, Beneficenza</description>
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		<title>9/11/2001: Dieci anni dal giorno in cui il Mondo finì</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Sep 2011 23:12:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lukebel</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il tempo vola, lo sappiamo tutti. Sembra un detto banale ma è proprio così. Nella nostra vita il tempo passa e spesso ci dimentichiamo persone, volti, luoghi e date. Ma ci sono avvenimenti che restano vivi nella nostra memoria. Avvenimenti di cui ricordiamo tutti i dettagli. Per portare un esempio piacevole e abbastanza recente, vi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il tempo vola, lo sappiamo tutti. Sembra un detto banale ma è proprio così.<br />
Nella nostra vita il tempo passa e spesso ci dimentichiamo persone, volti, luoghi e date.<br />
Ma ci sono avvenimenti che restano vivi nella nostra memoria. Avvenimenti di cui ricordiamo tutti i dettagli.</p>
<p>Per portare un esempio piacevole e abbastanza recente, vi dico questo. Sono convinto che tutti voi ricordate esattamente dove vi trovavate il 09 luglio del 2006. Questa data non vi dice nulla? Vi do un piccolo aiuto. Italia Campione del Mondo per la quarta volta. Ora sono convinto che ricordate esattamente dove e con chi eravate quando Fabio Grosso segnò il rigore decisivo.<br />
Avete ricordato questo momento perché è &#8220;scritto&#8221; nella vostra memoria&#8230; lo so, alcuni non ricordavano la data esatta ma hanno ricordato l&#8217;avvenimento al volo.<br />
<a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2011/09/9-11.jpg" target="_blank"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2011/09/9-11-240x280.jpg" alt="" title="L'immagine simbolo" width="240" height="280" class="alignleft size-medium wp-image-8973" /></a>Ma una data che nessuno potrà mai cancellare dalla propria memoria è l&#8217;<strong>11 settembre 2001</strong>.<br />
Sono sicuro che ognuno di voi ricorda esattamente cosa stava facendo intorno alle 15.<br />
Io ad esempio ero in autostrada, stavo tornando col mio furgone dopo aver effettuato una consegna da un cliente e stavo ascoltando la radio. <em>RTL 102.5</em> per la precisione quando, subito dopo il giornale radio, tra una canzone e l&#8217;altra il dj (Federico l&#8217;Olandese volante) interruppe la musica per dare la notizia di un grave incidente. Un&#8217;aereo di linea si era appena schiantato contro una delle due torri gemelle del <strong>World Trade Center</strong> di New York. Incidente di cui ancora non si sapeva nulla e del quale ci avrebbero aggiornato i &#8220;colleghi&#8221; della redazione. Dopo un’altra canzone il giornalista che stava guardando le immagini alla televisione cercava di raccontare quelle scene di panico. Poi quelle parole che non scorderò mai e che ancora mi fanno venire i brividi: &#8220;<em>Aspetta cos&#8217;è quello? No no no!!!</em>&#8221; un lunghissimo attimo di silenzio e poi: &#8220;<em>Non ci posso credere ma un altro aereo ha appena colpito la secondo torre</em>&#8220;.<br />
Smarrimento e incredulità da parte loro e da parte mia che ero in auto come in trance.<br />
Le prime ipotesi non tardano ad arrivare proprio dalla voce del dj. &#8220;<em>Un incidente per quanto incredibile sia può capitare, ma quante possibilità ci sono che ne capiti uno identico a così pochi minuti di distanza? Qui sta succedendo qualcosa di strano</em>&#8220;.</p>
<p>Ricordo ancora che rientrai in ditta e cercavo di capire, ero letteralmente a caccia di notizie. All’epoca non avevamo la televisione nell’ufficio e anche i siti internet non erano aggiornati come ora in tempo reale e con possibilità di vedere le immagini in streaming (e quelli che lo permettevano erano molto lenti).<br />
Sembra un secolo e invece sono solo 10 anni.<br />
Eravamo tutti immobili a fissare la radio, quando arrivò la notizia del terzo aereo contro il Pentagono e di un quarto di cui misteriosamente si erano perse le tracce.<br />
Alle 17 non resistevo più, decisi di andare a casa per poter vedere quello che era successo.<br />
Quello che vidi lo sapete e lo avete visto tutti.<br />
La gente che arrivava a buttarsi dalle finestre pur di trovare la “salvezza”, polvere e urla ovunque, e poi in un attimo quella torre che si sbriciola in diretta tv.<br />
Proprio questo è l’aspetto più inquietante e specchio dei nostri tempi.<br />
Mai prima d’ora una tragedia del genere era stata trasmessa in televisione, un po’ come se avessimo visto il<strong> Titanic</strong> affondare in diretta.<br />
Il paragone non è banale se ci pensate.</p>
<p><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2011/09/why-photo-911-920-10.jpg" target="_blank"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2011/09/why-photo-911-920-10-280x210.jpg" alt="" title="New York, 11 Settembre 2001" width="280" height="210" class="alignright size-medium wp-image-8975" /></a>Il Titanic era considerato &#8220;inaffondabile&#8221; così come le <strong>Twin Towers</strong> erano giudicate indistruttibili. E non a torto.<br />
Un attentato lo avevano già subito quando venne fatta esplodere un’autobomba nel parcheggio sotterraneo. Risultato: tanto spavento, qualche danno ai primi piani e nulla più. Chi stava ai piani più alti quasi non si accorse dell’accaduto. Le torri erano addirittura a prova di aereo, infatti non sono cadute per lo schianto dei velivoli, anzi, se ci pensate, hanno retto benissimo all’urto.<br />
Quello che nessuno aveva calcolato (possibile?) era il calore che il combustibile avrebbe provocato, calore così grande da sciogliere e bruciare acciaio, cemento e tutto quanto era sulla sua strada.<br />
Le immagini che meglio rendono l’idea, per quel poco che possiamo immaginare, di come fosse all’interno, sono proprio quelle della gente che si gettava dalle finestre, sapendo che andava incontro a morte certa, eppure era meglio quello che l&#8217;alternativa di restare dentro.<br />
Tutto questo dà ancora i brividi.</p>
<p>Oggi ricorre il <strong>10° anniversario</strong> di questa tragedia, 10 anni in cui l’America, l’Europa, il Mondo sono cambiati.<br />
Per la prima volta nella loro storia gli Stati Uniti furono colpiti all’interno, sul proprio suolo, su uno di quei simboli che rendevano bene l’idea della grandezza degli <strong>USA</strong>.<br />
Se ci pensate, anche nei film catastrofici di Hollywood mai le torri erano state toccate.<br />
<a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2011/09/why-photo-911-920-11.jpg" target="_blank"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2011/09/why-photo-911-920-11-210x280.jpg" alt="" title="Le Torri Gemelle prima del crollo" width="210" height="280" class="alignleft size-medium wp-image-8977" /></a>In “<em>Fuga da New York</em>” di John Carpenter, ambientato in un presente (futuro?) alternativo, il protagonista usava proprio il tetto di una delle due torri per atterrare con il suo piccolo aereo ed entrare nel “carcere” di New York.<br />
In &#8220;<em>A.I.</em>&#8221; di Steven Spielberg, quando il bambino robot si risveglia dal suo sonno millenario sono le due torri sommerse dall’acqua a fargli capire dove si trova.<br />
Il cinema che si è sempre “divertito” a distruggere la “Casa Bianca”, la scritta “Hollywood” e molti altri simboli non ha mai toccato le <strong>Twin Towers</strong>.<br />
Stessa cosa per quanto riguarda i film che in questi anni hanno provato ad affrontare l’argomento.<br />
Nessuno ha mai mostrato l’attacco.<br />
Anche il controverso “<em>World Trade Center</em>” di Oliver Stone, si svolge all’interno delle torri ma non mostra né l’attacco e né la caduta delle stesse.<br />
“<em>United 93</em>” di Paul Greengrass che racconta del quarto aereo che venne fatto schiantare dai passeggeri quando capirono quale era il bersaglio non mostra lo schianto.<br />
Insomma <strong>Hollywood</strong> per una volta vuole “esorcizzare” l’incubo ma mantiene un certo pudore nel farlo.<br />
O molto più semplicemente gli americani non sono ancora pronti per questo e forse osare di più al momento non è concesso.<br />
Solo Spike Lee nel suo “<em>La 25° ora</em>” ha fatto una grande riflessione su tutto quello che è cambiato da allora.<br />
Guardatevi il dialogo tra Barry Pepper e Philip Seymour Hoffman alla finestra che si affaccia su “<strong>Ground Zero</strong>”: un gran pezzo di cinema.</p>
<p>Tante cose sono cambiate in questi 10 anni, l’economia in primis ha subito dei forti colpi, le guerre (giuste/sbagliate?) si sono moltiplicate alla ricerca di un colpevole che forse non esiste e tutto il Mondo paga le conseguenze di quell’attacco.<br />
Un attacco le cui vere ragioni se ci pensate bene, non sono mai state chiarite del tutto.<br />
Perché Al Qaeda ha colpito?<br />
Perché <strong>Osama Bin Laden</strong>, fino a poco tempo prima “amico” degli USA, li ha rinnegati?<br />
Ma soprattutto, come ha fatto a rendersi possibile tutto questo?<br />
Sono semplici domande, ma le risposte ancora non ci sono.<br />
Chiaramente non le ho nemmeno io, altrimenti non sarei qui.<br />
Ma tutte queste incongruenze hanno fatto sì che nascessero molte versioni alternative a quelle ufficiali, alcune delle quali molto interessanti e facilmente rintracciabili in rete.<br />
Già, la rete.</p>
<p>In questi 10 anni è cresciuta e qualcuno cerca in tutti i modi di bloccarla, imbavagliarla, zittirla.<br />
Ma non è così facile per fortuna, così si possono vedere tante viste alternative di quel giorno.<br />
Proprio in questi giorni sono usciti scatti e video inediti, chissà come mai.<br />
Uno mostra chiaramente come l’edificio numero 7 del World Trade Center sia crollato senza apparente motivo. Non era stato colpito dagli aerei e non era stato colpito dal crollo delle due torri, in più non era nemmeno danneggiato. Allora perché è crollato in modo così rapido?<br />
Perché proprio quel giorno un’esercitazione militare denominata “Vigilant Guardian” oscurò per tre ore gli schermi della difesa aerea statunitense?<br />
Perché una così lenta reazione da parte della marina quando si accorsero di quattro aerei completamente fuori rotta?<br />
<a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2011/09/why-photo-911-920-0.jpg" target="_blank"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2011/09/why-photo-911-920-0-280x183.jpg" alt="" title="11 Settembre 2001, il Pentagono" width="280" height="183" class="alignright size-medium wp-image-8979" /></a>Perché il Pentagono venne colpito proprio nel punto in cui poco tempo prima erano state intensificate le misure di difesa?<br />
Tante domande e ancora nessuna risposta definitiva perché, sappiatelo, nessuno a parte chi organizzò tutto sa esattamente come sono andate veramente le cose.<br />
A tutti gli altri restano solo congetture e tante, tante domande.<br />
Tante tesi, ipotesi, teorie del complotto e nessuna certezza.<br />
Anche perché ogni anno escono nuovi documenti che smentiscono quelli precedenti.<br />
Di due sole cose siamo certi.</p>
<p>Che nei testi sacri, siano <strong>Bibbia</strong> o <strong>Corano</strong>, non si parla di guerre in nome di<strong> Dio</strong>. Si parla di integrazione, di rispetto per il diverso, per chi la pensa in modo diverso da noi.<br />
Eppure anche in passato sono state commesse guerre in nome di questi testi sacri.<br />
Si dice che la storia insegni, ma noi siamo davvero pronti ad imparare?<br />
La seconda cosa, che è la più triste, sono tutte le persone che hanno perso la vita in quel giorno.<br />
Non solo chi era dentro alle torri, agli aerei, nei dintorni o i soccorritori che sono periti quel martedì di 10 anni fa, ma anche tutti quelli che sono morti per le conseguenze di quel giorno.<br />
I soccorritori che sono entrati respirando polveri e altre sostanze e che sono andati incontro a gravi malattie o morte nei mesi o anni successivi.<br />
Solo quattro anni dopo vennero resi noti i danni alla salute provocati da quelle polveri. Perché così tardi?<br />
Domande, altre domande.<br />
<a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2011/09/why-photo-911-920-13.jpg" target="_blank"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2011/09/why-photo-911-920-13-280x157.jpg" alt="" title="Ground Zero" width="280" height="157" class="alignleft size-medium wp-image-8981" /></a>Il numero complessivo delle vittime è incalcolabile ancora oggi, perché è un elenco in continua crescita.<br />
Le vittime degli attentati furono<strong> 2974</strong>, esclusi i diciannove dirottatori. Le vittime tra i soccorritori furono 411.<br />
Ad oggi è stato possibile identificare i resti di sole <strong>1600</strong> delle vittime del <strong>World Trade Center</strong>.<br />
Il World Trade Center rinascerà più grande di prima, ma nulla sarà mai come prima.</p>
<p>Sul nostro magazine non abbiamo mai parlato di politica e non inizieremo a farlo con questo articolo.<br />
Abbiamo voluto ricordare questo triste anniversario, ponendo domande, cercando di far riflettere e naturalmente senza dare risposte (perché non ce ne sono, almeno non di definitive) a quello che rimane ancora oggi uno dei grandi “misteri” del 21° secolo.<br />
Ce ne sarebbero tante altre di cose da dire, da mostrare e di cui parlare.<br />
Ma al momento preferiamo fermarci, magari ne riparleremo in seguito anche grazie ai vostri commenti e alle vostre opinioni.<br />
Oggi abbiamo voluto fare una sintesi di quello che è successo, un ricordo di un giorno che ha cambiato il <strong>Mondo</strong>. E forse proprio in quel giorno il Mondo, come noi lo conoscevamo, è finito per sempre.</p>
<p>Per avere un parere alternativo potete andare <a href="http://xoomer.virgilio.it/911_subito/immagini_eloquenti.htm?pmk=not_cross#IMMAGINIELOQ" target="_blank">qui</a> e leggere quante siano le cose che non tornano.</p>
<p><em>I dati sono stati presi dalla pagina di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Attentati_dell%2711_settembre_2001" target="_blank">wikipedia</a><br />
Tutte le foto sono prese dalla rete</em></p>
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		<title>L&#8217;altro Kenya</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Feb 2010 16:37:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sandro Chiozzi entra a far parte della nostra famigliola con questa splendida storia. Appassionato di fotografia e di viaggi, Sandro ci racconta, con parole e immagini, ciò che ha ammirato in Kenya, tenendosi a distanza dai classici luoghi per turisti&#8230; Mamma A. L’Africa ha mille voci, mille occhi. Farci un viaggio è perlomeno rischioso, non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #808080;"><strong>Sandro Chiozzi</strong> entra a far parte della nostra famigliola con questa splendida storia. Appassionato di fotografia e di viaggi, Sandro ci racconta, con parole e immagini, ciò che ha ammirato in <strong>Kenya</strong>, tenendosi a distanza dai classici luoghi per turisti&#8230;</span></p>
<h2>Mamma A.</h2>
<p>L’Africa ha mille voci, mille occhi. Farci un viaggio è perlomeno rischioso, non tanto per le cose che possono accadere, dato che nelle nostre evolute città non succede nulla di diverso, ma per la enorme quantità di pensieri che questo viaggio ti muove, e per le conseguenze che questi comportano. Il Kenya nonostante sia una meta diventata turistica regala comunque, appena si lascia la costa, l’odore e i colori e l’umanità che ti aspetti dall’Africa subsahariana.</p>
<p>Già l’arrivo all’aeroporto di <strong>Mombasa</strong> mette le cose in chiaro: la pista è asfaltata ed è una sola, il tragitto dall’aereo al terminal te lo fai a piedi, non ci sono i separé che dividono la zona degli arrivati da quella dove i ragazzi scaricano le valigie senza divisa, ma con le stesse magliette che portano da una vita. Non so come, ma già dal momento in cui salgo sul pullman che ci distribuirà nei vari villaggi non vedo l’ora di dividermi dai miei connazionali, che non fanno altro che parlare di piscine, di cocktail e di tv satellitare, tutte cose che non mi pare che in Italia manchino. Il tragitto Mombasa-Malindi dura un paio d’ore, in cui la guida del tour operator spiega come funziona la vita in Kenya, purtroppo parlando male dei <em>beach boys</em>, che sono i ragazzi che in spiaggia vendono di tutto, dagli oggetti d’artigianato alle escursioni. In realtà lavorano per delle agenzie, che fanno concorrenza ai tour operator, ma se la spieghi così ai turisti da piscina qualcuno ci crede e non ti porta via il lavoro nessuno.</p>
<p><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-2.jpg" target="_blank"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-2-280x191.jpg" alt="" title="" width="280" height="191" class="alignright size-medium wp-image-4995" /></a> Mombasa ci passa davanti in un continuo movimento di persone, mezzi di trasporto di ogni tipo (dai <em>Matatu</em>, piccoli autobus a 9 posti che contengono almeno una dozzina di persone, i <strong>Tuc-Tuc</strong>, cioè delle apecar cabinate con un divanetto sul cassone, le moto-taxi e i <em>Boda-Boda</em>, cioè le biciclette con sellino aggiuntivo), ragazzi che spingono carretti pieni di niente attraversando la strada con un istinto autoconservativo quantomeno discutibile e migliaia di persone ai lati della strada, in un’orgia di colori e di suoni che rendono questa umanità brulicante all’inverosimile, facendomi sembrare il traffico di Milano o di Roma come un quieto passare di grigie vetture. Alcuni, seduti ai lati della strada, o fuori da una casupola che sarebbe un bar, ci guardano quando ci fermiamo a far benzina, noi al fresco dell’aria condizionata coi nostri vestiti da piccoli esploratori e loro, nell’aria polverosa e umida, con i loro jeans logori e strappati e le magliette rosso polvere.</p>
<p><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-1.jpg" target="_blank"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-1-280x191.jpg" alt="" title="" width="280" height="191" class="alignleft size-medium wp-image-4994" /></a> Viaggio con mia moglie, che fortunatamente la pensa esattamente come me. Il tempo di arrivare al villaggio (accuratamente selezionato perché è l’unico che non fa animazione) e di mettere giù le valigie e ci facciamo venire a prendere dalla nostra guida, una donna siciliana trasferitasi in Kenya da circa un decennio e che ha sposato un Masai. Ci porta a casa sua, ci racconta molte cose, come il fatto che <strong>Malindi</strong> è una zona che per chi fa un viaggio turistico è perfetta, ma per chi fa il viaggiatore non c’è molto. Bisognerà spostarsi, magari cominceremo con qualcosa di tranquillo. La sera usciamo a mangiare qualcosa, c’è qualche pizzeria, ma facciamo presente che noi non abbiamo problemi ad andare a mangiare in qualche posto africano se non ne hanno loro, così ci portano da <em>Bahari</em>. Bahari è una porta, con dentro 4 tavoli da sei persone, sedie tutte diverse, tavoli coperti con le tovaglie di plastica a fiorellini. Stupendo. C’è una griglia a carbone fuori, dove un ragazzo cucina una specie di spiedini strani, sono lunghi almeno venti centimetri e fa un fumo pazzesco, ma l’odore è a dir poco invitante. Sono dei quarti di pollo, passati in qualche salsa locale e cotti alla griglia. Ordiniamo, oltre al pollo, del riso e delle verdure. Mangiamo tutto con le mani -sì, anche il riso- e in questo c’è una ritualità strana: al primo boccone sorridi, già al terzo devi reimparare a mangiare. C’è anche la Coca Cola in vetro, quella nelle bottigliette da noi ormai introvabili. Il pollo è stupefacente, sa di pollo, come quello di mia nonna quando ero piccolo, non sa di polistirolo come quei cosi che compri in rosticceria. Tutto è pulito, ma non “igienisticamente paranoide” come ormai da noi, che guerreggiamo con tutti i batteri del Mondo e ci lamentiamo se i nostri figli sono senza sistema immunitario.</p>
<p>Oggi tra l’altro è il primo giorno di <em>Ramadhan</em>, quindi fino al tramonto nessun musulmano mangia, il che significa che dalle sei e mezza fino alle otto i ristoranti sono pieni zeppi.</p>
<h2>Majungu</h2>
<p><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-3.jpg" target="_blank"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-3-280x191.jpg" alt="" title="" width="280" height="191" class="alignright size-medium wp-image-4996" /></a> Il mattino successivo prendiamo una barca a motore e andiamo a <strong>Majungu</strong>, detta anche <em>“Sardegna2”</em>. Si tratta di un atollo, che a causa della marea che qui ha un dislivello di alcuni metri, resta scoperto per circa mezza giornata. Tutti i giorni partono barche cariche di turisti che vanno a  visitarlo, arrivati mangiano pesce ai ferri pescato durante il tragitto e poi ripartono. L’acqua è di una trasparenza che fatichi a credere che possa essere salata, e stelle marine grandi quanto un pallone da calcio stanno a poche centinaia di metri dalla riva. I venditori ti aspettano lì, in questo isolotto part-time microscopico, e quando arrivano i turisti ti saltano addosso, ma sempre educatamente. Gina mi mostra dei tessuti e una coppia di piccole statuette, e parliamo un po’. Lei ha due sorelle e due figli, ha quasi 45 anni ed è una donna dal viso dolce ma robusta, e mi dice che nessuno le chiede mai di lei e che a volte i turisti la prendono in giro. Quasi nessuno lo sa, ma in Kenya vendere oggetti senza licenza porta dritti alla galera, senza sconti, ma per vivere si rischia anche quello. Mentre si riparte quasi nessuno ci fa caso, ma i venditori, ragazzi giovani e donne, si accalcano su una canoa lunga pochi metri, che viaggia a pelo d’acqua. Quelli che non ci stanno devono tornare a bracciate, il che significa farsi un paio di chilometri a nuoto. Li vedo stringersi sulla canoa fino al limite della capienza e poi partire. La domanda <em>“perché io sì e Gina no”</em> mi tormenta fino a sera.</p>
<p><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-8.jpg" target="_blank"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-8-191x280.jpg" alt="" title="kenya-8" width="191" height="280" class="alignleft size-medium wp-image-5001" /></a> Durante il pomeriggio entro nella zona islamica di Malindi. Questa è una zona dove i turisti non vanno quasi mai, più che altro per la percezione che abbiamo noi dell’Islam, distorto dai telegiornali. Niente a che vedere con la parte occidentale della cittadina, che sembra una Rimini polverosa. Le strade sono talmente piccole che un’auto non passerebbe, sterrate, la polvere ti entra nei sandali ad ogni passo. Le case sono chiuse con delle tende colorate e appena i muri che hai di fianco finiscono vedi una moschea, un muro bianco, alcune donne coperte dalle vesti nere che ti guardano facendo finta di non guardarti. A Malindi, e in generale in Kenya, convivono tranquillamente varie religioni e non è un problema per nessuno in chi crede questo o quello, c’è anzi una forma di rispetto verso le usanze altrui tale che nelle scuole i bambini festeggiano il Natale anche se sono musulmani, e il Ramadhan anche se sono cattolici. In fin dei conti hanno risolto il problema decisamente meglio di noi.</p>
<p>Fuori da un negozio di sandali un Masai aspetta che il suo paio sia pronto. Ci salutiamo con un cenno del capo mentre passo. Poco più avanti un negozio di alimentari presenta delle montagnole di spezie sul bancone, da prendere al cucchiaio. Hanno colori che non ho mai visto in qualcosa di alimentare. Chiedo al proprietario se le posso fotografare, perché nella zona musulmana è sempre meglio chiedere prima, e mi sorride. Qualche metro dopo c’è un bar, dove un gruppo di Masai sta seduto prima di andare a fare lo spettacolo serale in qualche villaggio. Parlano nella loro lingua incomprensibile anche ai Kenyoti, il <em>Maa</em>, mentre bevono the caldo che per loro non è mai caldo abbastanza.</p>
<div align="center"><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-4.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-4-280x191.jpg" alt="" title="" width="280" height="191" /></a> <a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-5.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-5-280x191.jpg" alt="" title="" width="280" height="191" /></a> <a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-6.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-6-280x191.jpg" alt="" title="" width="280" height="191" /></a><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-7.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-7-280x191.jpg" alt="" title="" width="280" height="191" /></a> <a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-9.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-9-280x191.jpg" alt="" title="" width="280" height="191" /></a> <a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-10.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-10-191x280.jpg" alt="" title="" width="191" height="280" /></a></div>
<h2>Che Shale</h2>
<p>Decidiamo di fare le cose “quiete” subito, in modo da adattarci progressivamente all’idea del Safari, che faremo viaggiando per più di mille chilometri verso l’interno e ritorno, visitando due parchi, per un totale di quattro giorni, e così per il giorno dopo optiamo per <strong>Che Shale</strong>.</p>
<p><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-11.jpg" target="_blank"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-11-280x191.jpg" alt="" title="" width="280" height="191" class="alignright size-medium wp-image-5004" /></a> Si parte al mattino, sedendoci nel cassone di una jeep d’annata. La destinazione è Che Shale, una spiaggia chiazzata di pirite, lunghissima, larghissima e deserta, che arriva alla foce del fiume Sabaki. Andare ai 60 all’ora su una spiaggia dalla sabbia compatta, umida e a chiazze nere, mentre il vento caldo dell’equatore ti fa volare i capelli da tutte le parti è una sensazione di libertà che un europeo non può conoscere. Mi verrebbe voglia di urlare. Ora capisco perché i cani mettono fuori la testa dal finestrino quando sono in macchina. Ci sono dei ragazzi che camminano sulla spiagga da soli. Sono dei pescatori, quando la marea si ritira vanno nelle centinaia di pozzanghere a prendere pesciolini, molluschi, e in generale tutto quello che il mare deposita e che si può rivendere. C’è una bicicletta, una “mountain bike” appoggiata a un ramo sulla spiaggia che mi fa sorridere. Arriviamo alla foce del Sabaki, dove ci fermiamo. La sabbia è piena di una polvere ferrosa riflettente, che è pirite. C’è un gruppo di ippopotami che vive in quella zona di acqua salmastra, per quanto possa sembrare strano.  I ragazzi che ci accompagnano ci danno conferma di una notizia sentita dire il giorno prima, e cioè che un ippopotamo ha staccato la testa a un ragazzo del posto, probabilmente andato a prendere l’acqua. Sarà che noi abbiniamo l’iippopotamo ai pannolini, ma non ci rendiamo conto che è uno degli animali più pericolosi di tutto il continente. Ne vediamo uno che sta facendo il bagno in mare a una cinquantina di metri dalla riva. Un po’ mi viene da sorridere, un po’ meno quando uno dei ragazzi mi dice che se dà segno di voler tornare a riva è il caso di darsela a gambe e alla svelta. La jeep è circa duecento metri indietro, sulla spiaggia. Sembra lontanissima. Poi passiamo attraverso <strong>Mabrui</strong>, che è una cittadina islamica,e  alcune donne sedute a vendere qualcosa ai bordi della strada quando mi vedono con la macchina al collo provvedono a coprirsi il viso. Non vogliono essere fotografate,e  anche se non ne capisco bene il motivo mi adeguo. Ragazzini corrono dietro alla jeep. Mi torna in mente quando, da bambino, guardavo estasiato i grossi mezzi agricoli che passavano per la strada del mio paese.</p>
<p>Passiamo la giornata in spiaggia, non è esattamente il motivo per cui sono venuto qui, ma per un giorno posso anche adattarmi. Dopo un po’ che sono al sole corro a ripararmi, sento che mi sto scottando. Il sole equatoriale non ha molto a che vedere con il nostro…</p>
<div align="center"><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-12.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-12-280x191.jpg" alt="" title="" width="280" height="191" /></a> <a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-13.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-13-280x191.jpg" alt="" title="" width="280" height="191" /></a></div>
<h2>La Malindi che non c’è</h2>
<p><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-14.jpg" target="_blank"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-14-280x191.jpg" alt="" title="" width="280" height="191" class="alignleft size-medium wp-image-5007" /></a> Malindi non è solo la cittadina turistica che si vede nelle cartoline, o quella islamica dominata dalla moschea. È anche un villaggio fatto di case di lamiera e di fango, di pozzanghere profonde trenta centimetri in mezzo alla strada, fatto di una signora anziana che sgrana col marito delle pannocchie secche e troppo chiare, fatto di donne che camminano con le taniche gialle dell’olio vegetale in testa, ora piene d’acqua, distribuita a pagamento. È fatto di decine di bambini che ti corrono dietro, che diventano cinque, dieci, cinquanta, e che ti seguono silenziosamente, per vedere cosa diavolo vorrà mai un bianco qui, dove i bianchi non ci vengono. Poco dopo ti perdi a giocare con loro, a rincorrerli e a farti rincorrere, tra le bancarelle che vendono banane e pomodori. Ci fermiamo in un piccolo negozio, compriamo delle caramelle, ma devono essere abbastanza per tutti, perché non bisogna fare differenze tra i bambini. Le compriamo tutte e non se ne parla più. I bimbi si mettono in fila e ognuno ne prende una, c’è chi la mangia subito, chi la conserva, chi la esibisce come fosse un trofeo. Penso ai bambini del mio paese, si dimostrerebbero non interessati, e quelli che lo fossero si spintonerebbero e si insulterebbero per arrivare prima, fare due giri e spergiurare che non erano loro quelli di prima. Ovviamente non potrebbe mancare il pianto isterico perché a 5 anni hanno il cellulare scarico. I bimbi sono felicissimi, giocano a rincorrersi, ci scortano e sono estremamente incuriositi da noi, dalla mia macchina fotografica e si accalcano per vedere nello schermo le loro facce ferme di un secondo prima. Il rientro al villaggio è quasi uno schiaffo. Per fare un ricco ci vuole un povero, ma due sono meglio.</p>
<div align="center"><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-15.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-15-280x191.jpg" alt="" title="" width="280" height="191" /></a> <a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-16.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-16-191x280.jpg" alt="" title="" width="191" height="280" /></a> <a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-17.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-17-280x191.jpg" alt="" title="" width="280" height="191" /></a> <a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-18.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-18-280x191.jpg" alt="" title="" width="280" height="191" /></a> <a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-19.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-19-191x280.jpg" alt="" title="" width="191" height="280" /></a> <a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-20.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-20-280x191.jpg" alt="" title="" width="280" height="191" /></a></div>
<h2>Gede</h2>
<p>La città delle scimmie. Una antica città portuale islamica, colonizzata dalle scimmie dopo essere stata abbandonata, è diventata un’attrazione turistica per i tanti che viaggiano in Kenya. Prima di entrare compriamo delle banane, l’errore più grave è mangiarne una. Sono verdi, piccole, ma sono di zucchero. Al ritorno in Italia ho dato un morso a una banana, l’ho masticata, l’ho ingoiata e ho buttato via il resto. Ora so cos’è una banana vera. La cittadina è davvero molto interessante, sia dal punto di vista archeologico che da quello naturalistico, l’unica cosa è cercare di ricordarsi di non tenere le banane troppo in vista, o le scimmiette se le verranno a prendere.</p>
<p><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-21.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-21-191x280.jpg" alt="" title="" width="191" height="280" class="aligncenter size-medium wp-image-5014" /></a></p>
<h2>Safari</h2>
<p><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-22.jpg" target="_blank"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-22-191x280.jpg" alt="" title="" width="191" height="280" class="alignright size-medium wp-image-5015" /></a> Si va verso l&#8217;interno, per arrivare nella zona di <strong>Amboseli</strong> ci aspettano circa 10/12 ore di macchina, anche se le previsioni sui tempi sono piuttosto imprecise, perché variano molto a seconda delle condizioni delle strade. Fino a Mombasa non c&#8217;è problema, l&#8217;asfalto scivola veloce e anche subito dopo, quando abbandoniamo la strada vera e propria per una pista sterrata manteniamo un&#8217;ottima andatura, intorno ai 60 km/h. La savana intorno è esattamente come te l&#8217;aspetti, anche se non ci avevi sperato che fosse davvero così: arancio-marrone, pietrosa, cespugliosa e con le acacie che sembrano stare lì apposta per essere guardate. Lasciamo la pista principale in direzione del villaggio Masai di <strong>Njukini</strong>, zona nativa del marito della nostra guida. Le pietre diventano polvere, lo stradello si restringe e il fatto che ci stiano lavorando per compattarlo costringe ad alcune deviazioni fuori pista. Il Nissan sbanda, si inclina, sobbalza, e quando le ruote finiscono nelle buche ricoperte dalla sabbia solleviamo nuvoloni di polvere grigio-rossa. Polvere maledetta, ha la consistenza del borotalco e si infila ovunque, anche coi finestrini chiusi, ci colora i vestiti e le facce. Sono sette ore che siamo in furgone, il sentiero si infila tra gli alberi, in bocca il gusto arido dell&#8217;Africa. Arriviamo finalmente al villaggio, dove come sempre veniamo accolti con gentilezza. I bambini piangono, i più piccoli non hanno mai visto un bianco e ne sono un po&#8217; spaventati. Le donne vestono di colori fortissimi, quasi abbaglianti, sono bellissime e fiere. Il villaggio è circondato da un muro fatto di sterpi, che tiene lontani gli animali dal bestiame, vero patrimonio dei Masai.</p>
<p><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-24.jpg" target="_blank"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-24-191x280.jpg" alt="" title="kenya-24" width="191" height="280" class="alignleft size-medium wp-image-5017" /></a> Nel fotografarli a volte mi sento a disagio, ho sempre l&#8217;impressione rubar loro qualcosa, di invadere il loro mondo, o peggio ancora di non mostrargli rispetto, quindi limito gli scatti al minimo indispensabile, nonostante loro non diano segno che la cosa li infastidisce. Ripartiamo, e intorno alle 4 del pomeriggio arriviamo finalmente a <strong>Loitoktok</strong>, un centro abitato alle pendici del <strong>Kilimangiaro</strong>. Dopo aver preso le stanze nella locanda della cittadina, andiamo a farci un giro. Non inganni il fatto di essere in un centro abitato, ogni volta che i nostri piedi toccano il suolo affondano in 5 centimetri di farina marrone, che è anche il colore che ci ricopre. Mangiamo carne, verdure e <em>Chapati</em>, praticamente il cibo nazionale. Il ritorno alla locanda è immerso in una notte nera come non l’ho mai vista prima.</p>
<p>Il mattino dopo il cielo è terso, pulito. Davanti a noi che sembra di poterlo toccare allungando una mano c’è il Kilimangiaro, un massiccio alto quasi seimila metri piantato nel mezzo della pianura infinita. È raro vederlo completamente, dalle radici fino alla cima bianca. Partiamo e dopo un’oretta siamo ad Amboseli, un parco non immenso, ma nel quale sembra di essere proiettati direttamente dentro al <em>National Geographic</em>. Il paesaggio cambia ogni pochi chilometri, passando dalla classica savana al deserto di pietre, poi alla palude recintata dalle palme, il tutto repentinamente. In lontananza si muovono tantissimi piccoli tornado, mulinelli d&#8217;aria che sollevano la polvere e che si alzano in cielo per diverse decine di metri. Ad Amboseli c&#8217;è una grandissima quantità di animali, che in questo periodo sono molto attivi, visto che devono andare a cercare l’acqua che è pochissima, poiché la stagione delle piogge quest’anno è stata breve e povera d’acqua. Ai lati della strada zebre e gazzelle morte sulle quali banchettano gli avvoltoi, poco più distante una mandria di gnu pascola la poca erba rimasta. Dietro di loro l’immenso Kilimangiaro. Alcune zebre si riposano, appoggiando la testa sul dorso di una compagna e viceversa, per controllare tutte le direzioni possibili. Lontano, avanti a noi un’elefante femmina con cucciolo (grande quanto il furgone) camminano lentissimi eppure non lo sono così tanto. Un aereo militare passa sopra di loro e la madre sventola le orecchie, sbatte la proboscide e pesta le zampe, sollevando una nuvola di polvere. Vanno verso una pozza d&#8217;acqua, che la guida mi indica ad est. Non la vedo, ma è circondata da una vegetazione verdissima, a testimonianza dell&#8217;enorme potenzialità che avrebbe questa terra se ci fosse acqua. Vicino a noi una giraffa ci attraversa la strada velocemente e si dirige verso un&#8217;appetitosa acacia, con la sua andatura dinoccolata.</p>
<p><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-28.jpg" target="_blank"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-28-191x280.jpg" alt="" title="" width="191" height="280" class="alignright size-medium wp-image-5021" /></a> Più tardi avvistiamo una leonessa sotto un albero, parecchio distante, sembra dormire sotto un&#8217;acacia. Si alza, e in un attimo mille figure balzano via dall&#8217;erba alta non distante: sono gazzelle, ed è stato sufficiente che lei si alzasse per far scattare l&#8217;allarme.</p>
<p>Pochi chilometri prima di arrivare al villaggio dei Masai che vivevano lì prima che Amboseli diventasse un parco, un gigantesco elefante maschio sbuca dalla nostra destra, intenzionato ad attraversare la pista. Cerchiamo di farcelo passare alle spalle, visto che in caso si metta male non è consigliabile scappare in retromarcia, e questo mostruoso esemplare passa a meno di dieci metri da noi. È alto una volta e mezza il Nissan, con la sola proboscide potrebbe ribaltare il furgone impiegando la stessa energia che ci metterei io a spostare un vaso di gerani. La sensazione di meraviglia e di impotenza che ci prende è incredibile. Si ferma, ci guarda, se ne va. Al villaggio veniamo accolti con molta gentilezza e veniamo invitati ad entrare in una capanna. Dentro è buio pesto per un europeo, mentre loro sembrano destreggiarsi benissimo.</p>
<p><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-29.jpg" target="_blank"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-29-280x190.jpg" alt="" title="" width="280" height="190" class="alignleft size-medium wp-image-5022" /></a> Andiamo a mangiare al ristorante dove vanno di solito gli autisti, mangiamo benissimo e il ristorante è circondato da decine di babbuini, che strappano dalla terra le radici. Nel pomeriggio passiamo di fianco a una zona di canneti, l&#8217;autista rallenta, ci fa segno di stare fermi. Non vediamo niente, finchè un grosso leone maschio e anziano sbuca dai cespugli alla nostra sinistra, intenzionato ad entrare in quelli alla destra della pista. È un maschio, piuttosto anziano, la criniera è quasi un ricordo, sul muso i segni di qualche battaglia. Le zampe anteriori sono enormi, la muscolatura si muove sotto la pelle a testimonianza di una maturità non ancora diventata vecchiaia. Passa un paio di metri davanti a noi, dopodichè si ferma, si guarda alle spalle, guarda noi con aria quasi scocciata, di sufficienza. Poi si volta e scompare nella macchia, lasciandoci li a fissare il canneto, col fiato in gola che non sale e non scende.</p>
<p><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-31.jpg" target="_blank"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-31-191x280.jpg" alt="" title="" width="191" height="280" class="alignright size-medium wp-image-5024" /></a> Siamo particolarmente fortunati, anche se ad Amboseli la quantità di animali è davvero molto elevata, riusciamo a vedere qualcosa di piuttosto raro: un ippopotamo quasi completamente fuori dall’acqua. Ormai è il tramonto e Amboseli cambia faccia, il vento è fortissimo e spazza la pianura, spostando tonnellate di polvere. Torniamo alle tende che è notte e passiamo in mezzo a un gruppo di elefanti, tra cui una madre con un cucciolo che quasi ci carica. Alle tende accendiamo il fuoco e restiamo seduti, in mezzo alla Savana, nel vento che porta i suoni di lotte lontane. Ci stendiamo, e per tutta la notte resto ad ascoltare il vento, un lontano barrito, un mugghiare distante. Intorno alle 4 del mattino mi sveglio, un rumore stridulo arriva da appena fuori la tenda. Alcune iene sono venute a fare un giro probabilmente attratte dalla speranza di qualche avanzo.</p>
<p>Alle 6 è completamente buio, esco dalla tenda e aspetto, verso est un tenue bagliore schiarisce il cielo facendolo passare dal nero al blu scuro, al porpora, all’arancio. Poi il disco solare sale a una velocità incredibile, e in meno di tre minuti tutto è luce, erba che danza nel vento, cielo altissimo e azzurro.</p>
<p>Riprendiamo il furgone e ci dirigiamo verso la costa, verso lo <strong>Tsavo</strong>, uno dei parchi più famosi d’Africa.</p>
<p><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-34.jpg" target="_blank"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-34-191x280.jpg" alt="" title="kenya-34" width="191" height="280" class="alignleft size-medium wp-image-5027" /></a> La strada Nairobi-Mombasa che prendiamo poco dopo somiglia moltissimo a una nostra statale, è asfaltata, piatta, veloce e silenziosa: in una parola noiosa. Posti di blocco intervallano il percorso. Arriviamo a <strong>Voi</strong>, che è una cittadina in cui c’è uno degli ingressi. Troviamo un piccolo albergo per la notte e intorno alle quattro del pomeriggio entriamo a Tsavo Est. La terra è rossa come quella di un campo da tennis, il panorama è completamente diverso da quello di Amboseli. I cespugli fitti consentono una visibilità quasi mai superiore ai trenta o quaranta metri dalla strada, ma la sensazione che ci sia una vita nascosta li dietro è palpabile. Avvistiamo elefanti, tantissimi elefanti, <em>Dik-Dik</em>, <em>Kudu</em> minori, <em>Waterbuck</em>, oltre alle immancabili gazzelle di <em>Grant</em> e <em>Thompson</em>, fino a un tramonto in cui i raggi del sole sembrano le dita di Dio(34).</p>
<p>L&#8217;alba dello Tsavo è l&#8217;alba dei documentari della <em>National Geographic</em>. Uno spettacolo rosso intenso, col sole che sembra talmente vicino e grande che hai quasi l&#8217;impressione che possa squagliare le lamiere che sormontano le capanne.</p>
<p><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-35.jpg" target="_blank"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-35-191x280.jpg" alt="" title="kenya-35" width="191" height="280" class="alignright size-medium wp-image-5028" /></a> Entriamo al parco che non sono ancora le sette, fa fresco nonostante il periodo e la zona, è piacevole girare con la cappotta del Nissan aperta e il vento che ci prende a sberle. Attraverseremo completamente il parco da parte a parte, e usciremo da dove generlamente si entra. L’autista esce spesso dalla pista principale e prende delle stradine laterali che si tuffano dentro la boscaglia. Risaliamo il letto di un fiume completamente asciutto: nei rarissimi punti in cui l’acqua ancora scorre il verde è brillante e colpisce lo sguardo. Purtroppo le precipitazioni sono state scarsissime nell’ultima stagione delle piogge, e il fiume è diventato una pista per gli elefanti. Risalendolo arriviamo a una zona dove ci sono delle cascate. Quando arriviamo siamo soli, alla nostra sinistra un gruppo di una decina di ippopotami sta nell’acqua e presidia il fiume, poco più a valle alcuni coccodrilli stazionano, ma non si avvicinano agli ippopotami, che sono in grado di ucciderli. Le cascate sono veloci, c’è un’intera pianura di scura roccia levigata. Ci spostiamo ridiscendendo il fiume, avvistiamo molti animali e molti movimenti tra i cespugli, a un certo punto ci troviamo una splendida leonessa dall&#8217;altra parte del letto del fiume. Ci fermiamo, lei ci osserva, ci siamo solo noi sulla strada sterrata. Tra noi e lei c&#8217;è il letto asciutto di un canale, la distanza tra noi è circa di 30 metri, è una bellissima leonessa, probabilmente mamma da poco a giudicare dalle mammelle. Lei cammina seguendo la riva, noi facciamo la stessa cosa dalla parte opposta. Quando lei si ferma, noi ci fermiamo, quando riparte noi le stiamo dietro col motore al minimo, a volte lei si ferma e ci spia da dietro dei cespugli. Ho l&#8217;impressione che vorrebbe attraversare il letto del fiume, ma che avendo i cuccioli sia più prudente del solito. Dopo poco si gira e va verso l&#8217;interno, dove i nostri occhi non la possono seguire. Ormai è quasi l&#8217;ora di uscire dal parco, ma abbiamo forse la più bella sorpresa della giornata: dietro un terrapieno si nascondeva un famiglia di 5 ghepardi, che, probabilmente spaventati dal passaggio veloce del Nissan, scappano dalla parte opposta rispetto alla strada. Non li avremmo mai visti se fossero rimasti fermi, ma con la coda dell&#8217;occhio li vediamo e ci arrestiamo subito. Sono due adulti e tre giovani. Hanno rallentato e si sono fermati a circa 80 metri dal furgone, 3 se ne stanno sotto un albero, uno vaga intorno a controllare la zona e l&#8217;ultimo è nascosto sotto un cespuglio a una quarantina di metri dagli altri. Tutti ci osservano fissamente, noi restiamo immobili per non spaventarli. Dopo qualche minuto due dei giovani che stavano seduti sotto l&#8217;albero si rincorrono sollevando un polverone. È impressionante la velocità con cui passano dalla stasi sonnolenta al gioco che li vede girare intorno all&#8217;albero cercando di acchiapparsi reciprocamente la coda.</p>
<p>Usciamo dal parco e torniamo verso Malindi, dopo quattro giorni. Un consiglio: fate tanto Safari, perché il viaggio lontano dal turismo e verso l&#8217;interno africano è qualcosa che non si dimentica.</p>
<div align="center"><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-23.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-23-280x191.jpg" alt="" title="" width="280" height="191" /></a> <a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-25.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-25-280x191.jpg" alt="" title="" width="280" height="191" /></a> <a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-26.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-26-280x191.jpg" alt="" title="" width="280" height="191" /></a> <a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-27.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-27-191x280.jpg" alt="" title="" width="191" height="280" /></a> <a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-30.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-30-191x280.jpg" alt="" title="" width="191" height="280" /></a> <a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-32.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-32-280x191.jpg" alt="" title="" width="280" height="191" /></a> <a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-33.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-33-280x191.jpg" alt="" title="" width="280" height="191" /></a> <a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-36.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-36-280x191.jpg" alt="" title="" width="280" height="191" /></a> <a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-37.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-37-280x191.jpg" alt="" title="" width="280" height="191" /></a> <a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-38.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-38-280x191.jpg" alt="" title="" width="280" height="191" /></a> <a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-39.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-39-280x190.jpg" alt="" title="" width="280" height="190" /></a> <a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-40.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-40-280x191.jpg" alt="" title="" width="280" height="191" /></a> <a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-41.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-41-191x280.jpg" alt="" width="191" height="280" /></a> <a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-42.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-42-280x191.jpg" alt="" title="" width="280" height="191" /></a></div>
<h2>Mida Creek</h2>
<p><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-43.jpg" target="_blank"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-43-280x191.jpg" alt="" title="" width="280" height="191" class="alignleft size-medium wp-image-5036" /></a> <strong>Mida Creek</strong> è abbastanza vicino a Malindi, fortunatamente non è una zona molto frequentata dai turisti nonostante sia piuttosto vicino a <strong>Watamu</strong>, e questo lo rende ancora più invitante. Questo luogo è invece molto conosciuto dagli ornitologi, che vengono a studiare le abitudini degli uccelli migratori, che fanno tappa fissa qui. Ci sono dei ragazzi che si prendono cura del posto. Per arrivare alla spiaggia si passa su un ponte sospeso, fatto di assi, di corde e qualche cavo d&#8217;acciaio. Alla fine si arriva alla spiaggia, che è straordinariamente lunga se c&#8217;è la bassa marea, e un solo braccio di mare di circa un chilometro divide la spiaggia da un&#8217;isola. Saliamo su delle canoe ricavate da tronchi cavi e in una mezz&#8217;ora siamo sull&#8217;isola. Le mangrovie sono stupefacenti, fittissime, verdissime. La luce non filtra sotto i mille rami intrecciati. A volte un uccello parte dalla boscaglia e ci sorvola. Le canoe entrano nelle strade d&#8217;acqua profonda pochi centimetri e intorno a noi migliaia di granchi violinisti multicolore disegnano archi con la grande chela, per difendere il territorio e richiamare le femmine.</p>
<p>Ci portano all&#8217;interno dell&#8217;isola, c&#8217;è un villaggio dove i locali ci invitano a sedere con loro e a mangiare il cocco che sono appena saliti a staccare. È incredibile vedere questi ragazzi che salgono per venti metri sulle palme per raccogliere il cocco. Intorno al villaggio ci sono dei microscopici campi di granturco, le piante salgono una qua e una là e sono secche, asfittiche, le pannocchie minuscole e di un giallo slavato. Tutti nel villaggio mangiano il cocco, persone, cani, gatti, polli. Chiunque. Quando torniamo verso le canoe, la nostra guida, un masai, si fora la pelle con una spina e lascia cadere una goccia di sangue a terra. Lo guardo incuriosito, e quando gli chiedo il motivo di quel gesto mi spiega che la tribù che siamo appena andati a trovare porta sfortuna, e che bisogna lasciare una goccia di sangue in terra perchè non accada niente. Sono un po&#8217; stranito, ma è molto serio quando mi spiega di questa cosa. Mentre torniamo ci dirigiamo deliberatamente con la canoa verso un gruppo di fenicotteri, che decollano tutti insieme e riempiono il cielo sopra di noi.</p>
<p><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-44.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-44-191x280.jpg" alt="" title="" width="191" height="280" class="aligncenter size-medium wp-image-5037" /></a></p>
<h2>Marafa</h2>
<p><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-45.jpg" target="_blank"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-45-280x110.jpg" alt="" title="" width="280" height="110" class="alignright size-medium wp-image-5038" /></a> La <strong>Cucina del Diavolo</strong> è esattamente come te l&#8217;aspetti. Un canyon arido, sprofondato decine di metri sotto il livello del terreno che lo circonda, rossastro, pietroso.</p>
<p>Ci si impiega circa un&#8217;ora da Malindi, di cui una ventina di minuti su asfalto. Appena arrivati un ragazzo gentilissimo si offre di farci da guida, e accettiamo volentieri. Scendiamo per un sentiero che ci farà fare il giro di tutto il canyon. Sorprendono i colori decisi eppure tenui di questa terra, sorprende vedere dove sono cresciuti certi arbusti, a testimonianza della forza delle forme di vita che si fanno bastare poco più di niente per sopravvivere.</p>
<p><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-46.jpg" target="_blank"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-46-191x280.jpg" alt="" title="" width="191" height="280" class="alignleft size-medium wp-image-5039" /></a> Purtroppo l&#8217;escursione è stata funestata dall&#8217;inquietante presenza di alcuni Italiani che, nonostante vengano in Kenya da anni, non hanno ancora imparato a rispettare i locali (come se l&#8217;Italia fosse un modello di virtù e di ordine), ma si sa, di cretini è pieno il mondo e la Provvidenza non perde occasione di ricordarcelo.</p>
<p>In alcuni punti sono state fatte delle croci e delle scritte di carattere cristiano allineando dei sassi, addirittura in un punto in cui è appesa una croce alla roccia vengono abitualmente celebrate delle messe nel periodo natalizio, a testimonianza di quanto sia radicato anche qui il credo cattolico e di quanto sia variabile il concetto di “uso improprio”.</p>
<p>Il percorso termina con una salita ripida e stretta, dopo la quale ci si trova in alto, ad ammirare gli strati e i colori violenti del canyon.</p>
<p>Una donna passa e appoggia un carico di legna che stava trasportando sulla testa. Ho grosse difficoltà a sollevarlo, non capisco come faccia a portarlo per chissà quanto.</p>
<p>Il sole sta per scendere e ci sediamo su una panchina di legno ad osservare i colori delle rocce che mutano nei riflessi, si fanno arancioni, poi rossi, infine grigiastri.</p>
<p>Il tramonto all&#8217;equatore è decisamente molto più veloce di quanto siamo abituati a vedere alle nostre latitudini e si resta così, quasi sorpresi che improvvisamente stia arrivando la notte.</p>
<p><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-47.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2010/02/kenya-47-191x280.jpg" alt="" title="" width="191" height="280" class="aligncenter size-medium wp-image-5040" /></a></p>
<h2>Ritorno</h2>
<p>Parte integrante di ogni viaggio è il ritorno, con il carico di ricordi, esperienze, nostalgie che esso comporta. Quando si scende dall&#8217;aereo si ritrova il caos abitudinario delle code al casello, il rumore squillante di qualche bambino viziato che all&#8217;aeroporto piange perché vuole qualcosa, gli oggetti che conosciamo, quello strano senso di fretta continua che abbiamo costantemente e che dovrebbe permetterci di risparmiare tempo. Parlando con un masai in un villaggio, mi disse:</p>
<p><em>“Voi avete gli orologi. Noi abbiamo il tempo”</em>.</p>
<p><em>Sandro Chiozzi</em></p>
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		<title>Enrico VIII: Colui che sfidò il Papato</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Oct 2009 23:13:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>axel80</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2009/10/EnricoVIII-280x257.jpg" alt="EnricoVIII" width="280" height="257" class="aligncenter size-medium wp-image-4103" /></p>
<p>Tutti avrete sentito almeno nominare una volta <strong>ENRICO VIII</strong>. Non solo tra i banchi di scuola ma anche in tv, sui giornali&#8230; il suo nome viene spesso usato e accostato quando si parla di cattolicesimo e anglicanesimo e in questo articolo/biografia capiremo perché!</p>
<p>Enrico VIII è esponente della dinastia <strong>Tudor</strong>. Nasce a Greenwich il 28 giugno 1491 da <strong>Enrico VII Tudor</strong> ed <strong>Elisabetta di York</strong> e muore a Londra il 28 gennaio 1547. Ebbe 6 tra fratelli e sorelle, ma solo in 4 (lui compreso) sopravvissero all&#8217;infanzia: <strong>Arturo</strong>, principe di Galles, <strong>Margherita</strong> e <strong>Maria Tudor</strong>.</p>
<p>Nel <strong>1501</strong> il fratello Arturo si sposò con <strong>Caterina D&#8217;Aragona</strong>, figlia del re di Spagna Ferdinando II. Cito questo matrimonio perché come vedremo più avanti la figura di Caterina sarà centrale nella vita di Enrico. All&#8217;epoca del matrimonio Enrico aveva 10 anni.<br />
Questo matrimonio durò però poco tempo, vista la prematura morte di Arturo. A seguito di questo decesso, Enrico divenne erede al trono all&#8217;età di 11 anni.<br />
Come usanza dell&#8217;epoca, la pace e/o l&#8217;alleanza tra due Stati era spesso sancita attraverso matrimoni tra i figli dei monarca, e anche in questa occasione si cercò di fare ciò. <strong>Enrico VII</strong> infatti, volendo sancire un&#8217;alleanza con la Spagna, voleva che suo figlio Enrico sposasse Caterina. Ma c&#8217;era un&#8217;impedimento: Caterina era stata sposata al fratello di Enrico e per poter sciogliere la precedente unione era necessaria una <em>dispensa papale</em>. Per accelerare i tempi, Caterina testimoniò che il suo precedente matrimonio non era stato consumato e in più l&#8217;intervento della regina <strong>Isabella di Spagna</strong> (altissima era l&#8217;influenza della Spagna sul papato) fece in modo che il pontefice concedesse la dispensa tramite <em>bolla papale</em>. Caterina divenne quindi la promessa sposa di Enrico.</p>
<p><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2009/10/Enrico-VIII.jpg" target="_blank"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2009/10/Enrico-VIII-187x280.jpg" alt="Enrico VIII" title="Enrico VIII" width="187" height="280" class="alignleft size-medium wp-image-4107" /></a></p>
<p>È il <strong>1509</strong> quando Enrico sale al trono, dopo la morte del padre, col nome di Enrico VIII e neanche due mesi dopo l&#8217;ascesa al trono sposa Caterina, tra i dubbi del Papa e del Vescovo di Canterbury sulla legittimità dell&#8217;unione.</p>
<p>Inizia qui una vita di coppia che sarà molto travagliata, soprattutto a seguito della sfortuna che Caterina ebbe con le varie gravidanze, che furono uno dei motivi che portano piano piano Enrico ad allonarsi da lei.<br />
Infatti, come ben sappiamo, per un monarca era fondamentale, dopo l&#8217;ascesa al trono, avere dalla propria consorte un erede maschio per continuare la discendenza. Purtroppo Caterina non fu in grado di darne uno ad Enrico.<br />
La prima gravidanza si concluse con la nascita di un bambino morto; nella seconda Caterina diede alla luce un maschio che però morì poco tempo dopo la nascita. In tutto Caterina ebbe sette gravidanze, ma soltanto una figlia femmina sopravvisse: <strong>Maria</strong> (1516).</p>
<p>Per quanto rigurda il regno invece non possiamo non parlare della nomina a consigliere per gli affari di stato del <strong>Cardinale Wolsey</strong>, figura molto importante e influente per gran parte del regno di Enrico, avvenuta nel <strong>1511</strong>. Quest&#8217;anno è molto importante per la politica estera perché Enrico aderirà alla <em>Lega santa</em> promossa da papa Giulio II, e nella quale confluirono anche Massimiliano I e il re di Spagna Ferdinando II il cattolico, volta ad arginare l&#8217;espansionismo del re di Francia Luigi XII. Lo stesso Enrico con il suo esercito attraversò la Manica per andare in battaglia.<br />
Ma come sappiamo le alleanze tra i vari stati erano sempre molto deboli&#8230;un giorno si era amici&#8230; quello seguente nemici acerrimi. E fu così anche in questa situazione: con l&#8217;uscita di Fernando II dalla Lega, Enrico firmò la pace con i Francesi, ma con l&#8217;ascesa al trono di Francia di Francesco I (era il 1515), Enrico ruppe la pace e si riconciliò con Ferdinando. Dobbiamo però dire che durante il periodo di &#8220;lontananza&#8221; tra Inghilterra e Spagna, Enrico pensò all&#8217;eventualità di divorziare da Caterina, anche perché lei non era ancora stata in grado di dargli un erede.</p>
<p><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2009/10/aragon.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2009/10/aragon-213x280.jpg" alt="Caterina d'Aragona" title="Caterina d'Aragona" width="213" height="280" class="alignright size-medium wp-image-4112" /></a></p>
<p>Con la morte di Ferdinando II e l&#8217;ascesa al trono di Spagna di <strong>Carlo V</strong>, Enrico divenne l&#8217;ago della bilancia tra Spagna e Francia, vista la totale rivalità che si creò tra i due stati. Entrambi i monarchi cercarono di conquistare la simpatia di Enrico che alla fine si alleò con Carlo V e insieme sconfissero i Francesi.<br />
La potenza inglese era però in declino e iniziava a serpeggiare anche il malcontento tra la popolazione.<br />
Enrico aveva delle amanti e le più famose sono Maria Bolena ed Elizabeth Blount, da cui ebbe anche un figlio maschio che però morì all&#8217;età di 17 anni.<br />
Ma è nel 1526 che la relazione tra Enrico e Caterina e anche la storia futura dell&#8217;Inghilterra cambiano: Enrico è oramai consapevole che Caterina non potrà dargli l&#8217;erede maschio tanto desiderato e si invaghisce di <strong>Anna Bolena</strong>, sorella della sua precedente amante Maria, la corteggia, vedendo forse in lei la donna che avrebbe potuto dargli ciò che tanto voleva.<br />
È questo episodio che convince Enrico a divorziare da Caterina, ma la cosa non è semplice: serve il benestare del Papa, cosa però non semplice da ottenere. Per Enrico e i suoi consiglieri il modo per ottenere il divorzio è dimostrare che il matrimonio da lui contratto con Caterina non era valido, essendo stato contratto a seguito di una dispensa papale che lui diceva essere stata ottenuta con l&#8217;inganno.</p>
<p>Ma ciò non era semplice da dimostrare, anche per la pressione e l&#8217;influenza del regno di Spagna sul papato. Anche il cardinale Wolsey, che era stato incaricato da Enrico di dirimere la situazione, non riuscì nella sua impresa, anche perché, aspirando lui al soglio di Pietro, non voleva perdere consenso tra gli altri prelati e soprattutto agli occhi della Spagna, che come abbiamo detto in precedenza, era molto influente.<br />
Enrico irritato da questa situazione e accusato del ritardo Wolsey, lo spogliò dei suoi poteri e lo mise agli arresti. Inizio qui una rivoluzione a livello ecclisiastico e non solo, visto che molte cariche che fino a quel momento erano stato affidate a prelati passarono nella mani di laici.<br />
Ascendono al potere <strong>Thomas More</strong>, <strong>Thomas Cranmer</strong> (che divenne <em>Arcivescovo di Canterbury nel 1532</em>) e <strong>Thomas Cromwell</strong> (che divenne <em>Cancelliere dello Scacchiere</em>, cioè <em>Ministro delle Finanze nel 1533</em>).<br />
Enrico ripudiò Caterina e sposò Anna Bolena. Cranmer dichiarò l&#8217;annullamento del matrimonio con Caterina (che venne esiliata in Galles), mentre rese valido quello con Anna Bolena. Alla figlia Maria avuta da Caterina fu tolto il titolo di <em>Principessa</em> e dato quello di <em>Lady</em>, mentre Principessa divenne Elisabetta, la figlia che Enrico ebbe da Anna.</p>
<p><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2009/10/Bolena.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2009/10/Bolena-207x280.jpg" alt="Anna Bolena" title="Anna Bolena" width="207" height="280" class="alignleft size-medium wp-image-4115" /></a></p>
<p>La reazione del papato non si fece attendere e fu decisamente forte. Enrico venne scomunicato (<strong>luglio 1533</strong>). Ma il sovrano non si scompose più di tanto e, sollecitato da Thomas Cromwell, il <strong>Parlamento</strong> approvò diverse leggi che sancirono la frattura con Roma nella primavera del <strong>1534</strong>. Lo <strong>Statute in Restraint of Appeals</strong> (<em>Statuto per la limitazione degli appelli</em>) proibì i ricorsi delle corti ecclesiastiche inglesi al Papa. Fu inoltre impedito alla Chiesa di emettere regole senza il consenso del re. L&#8217;<strong>Ecclesiastical Appointments Act </strong>(<em>Atto sulle nomine ecclesiastiche</em>) del 1534 impose al clero di scegliere vescovi nominati dal sovrano. L&#8217;<strong>Act of Supremacy</strong> (<em>Atto di Supremazia</em>) del 1534 dichiarò il re unico Capo Supremo in terra della Chiesa d&#8217;Inghilterra; e il <strong>Treasons Act</strong> (<em>Atto sui Tradimenti</em>) del 1534 rese alto tradimento, punibile con la morte, il rifiuto di riconoscere il Re come tale. Al Papa furono negate fonti di finanziamento come l&#8217;obolo di San Pietro ed inoltre il Parlamento convalidò l&#8217;unione fra Enrico e Anna con l&#8217;<strong>Act of Succession</strong> (<em>Atto di Successione</em>) del 1534.<br />
Gli ecclesiastici che non seguivano le nuove indicazioni furono torturati e uccisi, i monasteri minori furono incamerati nello Stato.<br />
L&#8217;Inghilterra si era fatta la sua Chiesa: la <strong>Chiesa Anglicana</strong> ed Enrico ne era il capo.</p>
<p>In ogni caso l&#8217;unione con Anna, per la quale Enrico si era battuto sfidando il Papa e creandosi alla fine la sua Chiesa, era però destinata anch&#8217;essa a finire e sempre per motivi legati alla discendenza. Infatti dopo la prima gravidanza che aveva visto la nascita di Elisabetta, Anna non fu in grado di dargli l&#8217;erede maschio, perché anche le sue successive gravidanze si conclusero negativamente. Come era successo alla fine del primo matrimonio, Enrico rivolse le sue attenzioni ad altre donne e in particolare a <strong>Jane Seymour</strong>. Al contempo fece arrestare Anna Bolena accusandola di stregoneria, adulterio (con 5 amanti), incesto (col fratello George Boleyn), di ingiuria contro il re e cospirazione per ucciderlo.<br />
Anna, il fratello e i probabili 5 amanti furono decapitati, ma prima dell&#8217;esecuzione, Enrico fece annullare il matrimonio con la Bolena.<br />
Il giorno seguente all&#8217;esecuzione di Anna, Enrico sposò Jane Seymour, dalla quale ebbe il tanto agognato erede maschio: Enrico. Ma purtroppo Jane morì appena dopo due settimane dalla nascita di Enrico.<br />
Sicuramente Jane fu la consorte che Enrico amò maggiormente.<br />
Come detto il tanto desiderato erede maschio era arrivato, ma purtroppo non godeva di buona salute. Per questo Enrico, consapevole che quel bambino non sarebbe vissuto a lungo, decise di prendere un&#8217;altra sposa per avere un altro erede.</p>
<p>Sposò quindi <strong>Anna di Cleves</strong>, figlia del Duca di Cleves. Enrico acconsentì al matrimonio dopo aver visto un ritratto della giovane, ma una volta giunta in Inghilterra, non era più dello stesso avviso riguardo all&#8217;avvenenza fisica, ma decise di sposarla ugualmente. Il matrimonio però non durò a lungo, anche per cause politiche. Le nozze furono annullate sulla base di un precedente contratto matrimoniale che la ragazza aveva stipulato con un nobile europeo. Le fu attribuito il titolo di &#8220;Sorella del re&#8221; e assegnata l&#8217;ex residenza della famiglia Bolena.</p>
<p><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2009/10/redjane.jpg" target="_blank"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2009/10/redjane-169x280.jpg" alt="Jane Seymour" title="Jane Seymour" width="169" height="280" class="alignright size-medium wp-image-4119" /></a></p>
<p>Enrico non riusciva proprio a rimanere solo e contrasse un quinto matrimonio con <strong>Caterina Howard</strong>. Anche questo matrimonio finì in tragedia come quello con Anna. Sembrava infatti che Caterina avesse una relazione extraconiugale e le prove gli furono portate da Thomas Cranmer, che aveva avuto una disputa con la potente famiglia cattolica degli Howard. La donna interrogata ammise di avere un contratto precedente al matrimonio con Enrico per sposare Francis Dereham, segratario di Enrico, ma non al momento della relazione con la Howard. Nel frattempo Dereham rivelò la relazione esistente tra la Howard e Thomas Culpeper, un cortigiano.<br />
Sia Dereham che Culpeper furono giustiziati e stessa sorte tocco alla Howard, non prima però di veder annullato il suo matrimonio, il che rendeva ingiusta l&#8217;esecuzione, visto che a seguito dell&#8217;annullamento il matrimonio non c&#8217;era stato e quindi non sussisteva neanche l&#8217;adulterio. Situazione identica a quella di Anna, ma entrambe le donne furono ugualmente decapitate.<br />
Col passare del tempo però la salute di Enrico peggiorava. Con gli anni era vistosamente ingrassato, forse perché malato di <strong>gotta</strong>. Questo però non gli impedì di contrarre il suo sesto matrimonio con la ricca <strong>Caterina Parr</strong>. Nonostante gli scontri tra i due per via della religione (lei protestante, lui cattalico), Caterina riuscì a far riconciliare Enrico con le sue due figlie Maria ed Elisabetta, che erano state tolte dalla linea ereditaria e private del titolo di principessa. Una legge del parlamento permise di reinserirle nella linea di successione dopo il principe Edoardo.<br />
Enrico morì il <strong>28 gennaio 1547</strong> al palazzo di Whitehall. Enrico VIII fu sepolto nella Saint George&#8217;s Chapel nel Castello di Windsor, vicino alla moglie Jane Seymour.<br />
A lui successe il figlio Enrico col nome di <strong>Enrico VI Tudor</strong>. Entrambe le sue figlie divennero poi regine: <strong>Maria I Tudor</strong> detta la <strong>Sanguinaria</strong>, per la sua persecuzione dei protestanti nel tentativo di ripristinare il cattolicesimo in Inghilterra, ed <strong>Elisabetta I</strong>, la <em>regina vergine</em>, ultima regina della dinastia Tudor e forse la più importante sovrana, capace di risollevare un&#8217;Inghilterra in ginocchio e portarla all&#8217;apice dello potenza e dello splendore.</p>
<div align="center"><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2009/10/marymin.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2009/10/marymin-280x275.jpg" alt="Maria I" title="Maria I" width="280" height="275" class="size-medium wp-image-4122" /></a> <a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2009/10/elisabetta.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2009/10/elisabetta-206x280.jpg" alt="Elisabetta I" title="Elisabetta I" width="206" height="280" class="size-medium wp-image-4123" /></a></div>
<p><em>Immagini tratte dalla rete</em></p>
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		<title>Robin Hood, tra storia e leggenda</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Jul 2008 15:00:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[È tempo di inaugurare ancora una nuova sezione su BE! Magazine, una sezione dedicata a tutti gli appassionati di storia, nella quale cercheremo di proporvi dei racconti interessanti, lontani dalla monotonia dei libri di scuola. Il primo racconto ad apparire sulle nostre pagine è quello di un mitico arciere, sospeso tra mito e realtà storica&#8230; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2008/07/robinhooddipinto.jpg" target="_blank"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-281" title="robinhooddipinto" src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2008/07/robinhooddipinto-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a> <span style="color: #888888;"><em>È tempo di inaugurare ancora una nuova sezione su </em>BE! Magazine<em>, una sezione dedicata a tutti gli appassionati di storia, nella quale cercheremo di proporvi dei racconti interessanti, lontani dalla monotonia dei libri di scuola. Il primo racconto ad apparire sulle nostre pagine è quello di un mitico arciere, sospeso tra mito e realtà storica&#8230; E a ricostruire le vicende dell&#8217;uomo in calzamaglia (Dio benedica Mel Brooks!) ci pensa un esordiente, l&#8217;amico </em>&#8220;Billy the Kid&#8221;<em>. Se apprezzate la sua ricerca, lasciate pure un commento!</em></span></p>
<p>Tutti conosciamo Robin Hood. La televisione, il cinema, la leggenda ce l&#8217;hanno sempre tramandato come il fuorilegge-gentiluomo che <em>&#8220;rubava ai ricchi per dare ai poveri&#8221;</em>, che viveva nella misteriosa Foresta di Sherwood, sempre in combriccola con i suoi fedeli aiutanti &#8211; Little John in testa &#8211; e la sua amata Maid Marian.<br />
Ebbene, in questa ricerca andremo a ricostruire la leggenda di questo personaggio che, se dovesse corrispondere con i pochi dati reali che finora ci sono stati tramandati, dovrebbe definitivamente fugare il dubbio sull&#8217;esistenza o meno dell&#8217;arciere di Sherwood. Purtroppo però non è così semplice, poiché alcuni elementi coincidono, mentre altri sono completamente scissi in &#8220;mito&#8221; e &#8220;realtà&#8221;.</p>
<p><strong>Chi era Robin Hood</strong><br />
Non sappiamo esattamente chi &#8211; anzi, cosa &#8211; fosse Robin Hood. Le trentotto ballate che ci sono giunte più o meno leggibili, rivelano che si trattava di un fuorilegge, ritenuto tale perché &#8211; essendo un ottimo arciere, &#8220;il migliore d&#8217;Inghilterra&#8221; &#8211; utilizzava le sue doti per cacciare i cervi della foresta di Sherwood che, essendo sotto proprietà del Re, non poteva essere violata nè vi si potevano cacciare gli animali, considerati anch&#8217;essi reali e di esclusiva proprietà del Re.<br />
<a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2008/07/sceriffodinottingham.jpg" target="_blank"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2008/07/sceriffodinottingham-108x300.jpg" alt="" title="sceriffodinottingham" width="108" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-282" /></a> Per ciò, Robin è probabilmente passato al rango di fuorilegge, e l&#8217;ascesa a questo ruolo è quasi sicuramente dovuta allo sceriffo di Nottingham, celeberrimo nemico di Robin, di cui era sempre alla ricerca e dal quale, secondo le numerose ballate, veniva spesso sconfitto.<br />
Oltre al fuorilegge, Robin Hood è stato spesso accostato al ruolo di &#8220;valletto&#8221; del Re, e ciò sembra essere testimoniato da parecchie ballate e fonti storiche più o meno attendibili (come, in verità, anche quelle che lo descrivono fuorilegge).</p>
<p><strong>Geografia essenziale</strong><br />
Le avventure di Robin, a differenza del periodo storico, hanno fondamentalmente un&#8217;ambientazione ben definita. Si tratta della zona delle foreste di Barnsdale e Sherwood, confinanti tra di esse, e delle città di Nottingham e York. Ad essere più precisi, allargandoci geograficamente, ci troviamo nel centro dell&#8217;Inghilterra, nel Nottinghamshire.</p>
<p><strong>Il periodo storico in cui visse<br />
Primi accenni e fonti della sua esistenza</strong><br />
E&#8217; chiaro che le gesta del nostro eroe si svolgono nel Medioevo. Il problema è <strong>l&#8217;anno o gli anni</strong> precisi in cui avvengono i fatti.<br />
Se mettiamo insieme i dati cronologici che ci forniscono le ballate e gli altri documenti storici, possiamo affermare un lasso di tempo di qualche centinaio d&#8217;anni, precisamente dalla seconda metà del <strong>1000</strong> (<strong>1060</strong> e oltre) alla seconda metà del <strong>1300</strong>.</p>
<p>Partendo dalla data più antica finora rinvenuta, il <strong>1066</strong>, riguardo quest&#8217;anno possiamo dire che Robin vi è associato in quanto questo fu l&#8217;anno in cui <strong>lo sceriffo di Nottingham era in carica</strong> e non solo come sceriffo ma anche come capo guardia della foresta di Sherwood. E siccome Robin Hood è sempre associato allo sceriffo, è facile trarne eventuali conclusioni più o meno esatte.</p>
<p>Saltando di tre anni avanti (siamo dunque nel <strong>1069</strong>), assistiamo alla fine del <strong>ducato di Huntingdon</strong> di cui Robin era il Duca, imparentato con la stirpe dei Loxley, che tra l&#8217;altro è l&#8217;altro nome con cui è conosciuto Robin. Sempre secondo questi racconti, Robin sarebbe morto prima del <strong>1100</strong> e sulla sua tomba sarebbe stata incisa la seguente frase:<br />
<a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2008/07/presuntatombadirobin.jpg" target="_blank"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2008/07/presuntatombadirobin-300x206.jpg" alt="" title="presuntatombadirobin" width="300" height="206" class="alignnone size-medium wp-image-283" /></a>
<p style="text-align: center;"><em>Robert Earl of Huntingdon<br />
Lies under this little stone.<br />
No archer was like him so good;<br />
His wildness named him Robin Hood.<br />
For thirteen years, and something more,<br />
These northern parts he vexed sore.<br />
Such outlaws as he and his men<br />
May England never know again.</em></p>
<p style="text-align: center;">(Robert Duca di Huntingdon<br />
Giace sotto questa piccola pietra<br />
Nessun arciere fu pari a lui<br />
Per la sua natura venne chiamato <strong>Robin Hood</strong>.<br />
Per tredici anni e più<br />
Queste terre del nord egli rese aride.<br />
Fuorilegge come lui ed i suoi uomini<br />
Possa l&#8217;Inghilterra non vederne più)</p>
<p>Passando ora al <strong>XII secolo</strong>, nel <strong>1190</strong>, la leggenda lo contrappone con il periodo e il regno di Riccardo Cuor di Leone.<br />
Ma altre fonti lo collocano anche nel <strong>XIII secolo</strong>, precisamente nel <strong>1261</strong>, anno in cui nel Berkshire venne redatto un documento in cui un certo <strong>William Robinhood</strong>, figlio di Robert il fabbro, viene accusato di furto. In realtà il nome &#8220;Robinhood&#8221; sarebbe un errore del responsabile redattore del documento, che ne modificò il nome.</p>
<p><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2008/07/robinhood.jpg" target="_blank"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2008/07/robinhood-111x300.jpg" alt="" title="robinhood" width="111" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-284" /></a> Altro periodo in cui sembra avesse vissuto sono gli anni <strong>1225-1227</strong>, ma non era conosciuto come Robin Hood, bensì come il <strong>giardiniere dell&#8217;arcivescovo di York</strong>, accusato di furti e fuggito nel 1225 e trascritto negli atti ufficiali, nel 1227, come &#8220;Robin Hod il fuggitivo&#8221;. Dunque Robin era un giardiniere? Anche in questo caso, nessuno è in grado di poterci mettere la mano sul fuoco.</p>
<p>Una delle storie che potrebbero nascondere la verità è quella di un soldato &#8211; fuorilegge, che potrebbe essere Robin Hood.<br />
La vicenda inizia tra il <strong>1285</strong> e il <strong>1295</strong> lasso di tempo in cui, nella città di Wakefield (Yorkshire) si presume sia nato Robin, o Robert. Figlio di un certo Adam Hood, guardia forestale al servizio del conte di Warenne.<br />
Cresciuto e sposatosi, Robert compra insieme alla moglie, il <strong>25 gennaio 1316</strong>, un piccolo pezzo di terreno (10&#215;5 m) nei pressi di Bichhill (o Bickhill). Documenti ufficiali del <strong>1357</strong> confermano la proprietà.<br />
Verso la fine del <strong>1316</strong>, Robin figura sull&#8217;elenco di quanti devono pagare una multa per aver disubbidito agli ordini del conte di Warenne che, su richiesta del re Edoardo II, aveva il compito di arruolare uomini per combattere contro gli scozzesi.<br />
Evidentemente Robin aveva rifiutato la chiamata.<br />
L&#8217;anno dopo (<strong>1317</strong>) e nel <strong>1322</strong> il suo nome non appare più nella lista, segno che abbia deciso di intraprendere la carriera di soldato nell&#8217;esercito di Lancaster.</p>
<p>Un episodio che conferma il suo &#8220;mestiere&#8221; come fuorilegge, ci viene dallo studioso J. W. Walker, che afferma tale ipotesi basandosi sulla confisca di una proprietà di cinque stanze o scuderie nei confronti di alcuni fuorilegge, tra cui c&#8217;era anche Robin Hood. Siamo nel <strong>1322</strong>. Tale tesi sembra però smentita dallo storico James C. Holt, che afferma che non ci sono prove valide per considerare vera la confisca delle proprietà.</p>
<p><a href="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2008/07/frontespiziocheraffigurarobinhood.jpg"><img src="http://www.bemagazine.tv/wp-content/uploads/2008/07/frontespizio.jpg"></a> Un altro studioso del caso, Joseph Hunter, è riuscito a rintracciare un&#8217;altra fonte &#8211; i conti della real casa -, secondo la quale ad un certo Robyn Hod sarebbe stato versato un salario il <strong>25 aprile 1324</strong>, e per tutti gli altri mesi fino a novembre dello stesso anno. Ad avvalorare tale ipotesi, anche il ritrovamento, da parte di Holt, di un estratto dei conti del <strong>1323</strong>. Il lavoro per cui questo salario era stato pagato era per il ruolo di guardia del re Edoardo II, che, secondo Holt, nel <strong>maggio 1323</strong> aveva a bella posta provocato un attacco di Robin contro se stesso e i suoi otto accompagnatori durante la traversata della foresta di Sherwood. L&#8217;agguato avvenne, e il re rimase tanto affascinato dall&#8217;abilità di Robin che lo nominò &#8220;valletto&#8221; e guardia, lavoro che Robin lasciò nel novembre del <strong>1324</strong>, come d&#8217;altronde confermano i conti della real casa. Sempre confrontando questi documenti, sembra che la data scoperta da Holt &#8211; giugno <strong>1323</strong>, pagamento del salario &#8211; coincida con l&#8217;entrata in servizio agli ordini del re.</p>
<p>Altre possibili identità ci portano un po&#8217; più avanti e un po&#8217; più indietro nel tempo.<br />
<strong>Tra il 1313 e il 1316</strong> un certo Robin Hood di Cirencester avrebbe ucciso un certo Ralph.<br />
Un altro Robin Hood, imprigionato per dei crimini commessi nella foresta di Rockingham nel 1354.</p>
<p>Come potete vedere, sono moltissime le identità attribuite al leggendario Robin Hood.<br />
Non possiamo sapere fino a che punto una sia più vera di un&#8217;altra, anche perchè spesso e volentieri i racconti e gli scritti di ballate e racconta-storie non coincidono con i documenti ufficiali, quelli insomma che dovrebbero raccontare la realtà. Per cui il lavoro di identificazione &#8211; sempre presupponendo che Robin Hood sia realmente esistito &#8211; risulta alquanto complicato e difficile.<br />
E molto probabilmente non si riuscirà mai a districare una tale matassa.<br />
Ma d&#8217;altronde, la leggenda resterà per sempre&#8230;</p>
<p><em>&#8220;Billy the Kid&#8221;</em></p>
<p><span style="color: #888888;"><em>Se anche voi siete appassionati di storia e vorreste vedere un vostro pezzo pubblicato su </em>BE! Magazine<em>, trovate il nostro indirizzo email in alto a destra!</em></span></p>
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