Pino Daniele: Una Rivoluzionaria Vita In Blues

07 - Pino Nel 2012

I sassi arrugginiti della stazione vengono, pian piano, illuminati dalla luce del mio finestrino, in questa buia domenica di gennaio. Lasciare Napoli mentre sta per scatenarsi un temporale è davvero così strano per chi, come me, l’ha sempre immaginata piena di sole anche in inverno. E mentre il treno accelera ed ogni cosa inizia a sfuggire, davanti agli occhi mi appaiono le immagini di quella sera di poco più di due anni fa, sempre qui a Napoli.
Per uno strano scherzo del destino, come allora, anche stavolta, sono stato inviato a Napoli per lavoro. Come allora, anche stavolta, con Roberto, l’accordo economico è stato trovato in pochi minuti, davanti ad una pizza, consumata in una storica pizzeria a due passi dalla Piazza Del Plebiscito. L’amicizia tra noi due è nata istantaneamente, già allora, forse perché abbiamo quasi la stessa età o forse perché condividiamo la stessa passione per la musica e perché l’anima della gente funziona allo stesso modo, anche quando si nasce e si vive a centinaia di km di distanza. Come due anni fa, anche stavolta, dopo aver prenotato per un solo giorno in albergo, non ho pensato molto prima di decidere di restare per altri due. Allora fu la proposta di Roberto a convincermi: mi invitò ad andare con lui ad un concerto di Pino Daniele, due giorni dopo. Ricordo benissimo quella serata: un evento memorabile perché con Pino Daniele suonarono anche i Napoli Centrale di James Senese, Tony Esposito, Tullio De Piscopo, Rino Zurzolo, Joe Amoruso, ovvero tutta la sua super-band degli esordi, ma anche Tony Cercola, Raiz degli Almamegretta, Enzo Gragnaniello e tanti altri musicisti. Al termine di quel concerto durato quasi 3 ore, la mia reazione immediata fu quella di ringraziare Roberto per l’opportunità che mi aveva concesso: era stato per me il primo (e purtroppo resterà l’unico) concerto di Pino Daniele. Quella sera mi resi del fatto che, prima di allora, non avevo capito molto della musica di questo grande artista.
Due anni dopo, come due anni prima, io e Roberto, trovato subito l’accordo e finita la pizza, ci siamo ritrovati ancora a passeggiare in Piazza Del Plebiscito, ma con uno stato d’animo ben diverso: come non parlare di quello che era successo appena qualche giorno prima, proprio in quella Piazza? Roberto, in fondo, ha vissuto in prima persona quelle due serate: 100.000 persone il 5 gennaio 2015 hanno deciso di ritrovarsi lì per cantare insieme le canzoni di Pino Daniele ed oltre 100.000 persone, il giorno dopo, sempre nella stessa piazza, hanno voluto partecipare al secondo funerale dell’artista (il primo era stato celebrato a Roma solo alcune ore prima), come se si trattasse della perdita di un familiare, di un amico e, in alcuni casi, anche di un compagno di vita.

08 - I 100000 Di Piazza Del Plebiscito A me che avevo visto solo qualche servizio dei TG, sentire il racconto di quelle serate ha provocato emozioni fortissime. Stavolta non mi aspettava alcun concerto (purtroppo) e la decisione di restare qualche altro giorno a Napoli è nata forse per la voglia di camminare ancora per quelle piazze, per quelle strade,  per riscoprire le variazioni di colore che la luce riflessa nel mare, di pomeriggio, proietta sui monumenti e magari comprendere meglio qualcosa che, fino ad allora, non avevo compreso fino in fondo. L’indomani, Roberto mi ha portato al Maschio Angioino, il famoso castello di Piazza Municipio dove è stata esposta l’urna contenente le ceneri di Pino Daniele. In quell’aula ho sentito la musica di Pino e, fra un poster, tanti fiori, messaggi lasciati ai piedi dell’urna, ho incrociato gli sguardi della gente comune, mi sono perso dentro i loro occhi: le espressioni dei loro volti parlavano la stessa lingua di chi, come me, per capire meglio il significato di alcuni testi di Pino, si è dovuto far aiutare da un amico di Napoli, conosciuto per motivi lavorativi, quasi come in un viaggio come quello di Virgilio e Dante. E se ora, su questo treno che viaggia così velocemente, mi ritrovo a scrivere di Pino Daniele, della sua musica, di Napoli e della sua gente, mentre tutti attorno nascondono se stessi di fronte ai propri smartphone, è forse proprio per la paura di perdere qualcuna delle tanti sfumature vissute.

«Dove c’è molta luce, l’ombra è più nera» scriveva Goethe e a Napoli c’è davvero molta luce, anche quando il cielo è grigio come oggi e tutto sembra piatto, anche quando si pensa che, in fondo, non c’è nulla di eccezionale quando un artista muore, ma poi si scopre che la notte del 4 Gennaio 2015, nel momento in cui si è fermato un cuore, quello di Pino, migliaia e migliaia di altri cuori in questa città hanno iniziato a battere molto più forte per tutto ciò che la sua musica ed i testi delle sue canzoni, hanno rappresentato nella loro vita, per anni ed anni.

01 - Pino & Super-BandGli esordi musicali di Pino Daniele sono stati solo in parte sulla scia della tradizione della musica napoletana, ma lontani anni luce dall’ignobile sfera dei neomelodici. Fondamentale per lui è stata la conoscenza e la vicinanza artistica di James Senese, un sassofonista (in realtà polistrumentista) e cantante eccezionale che ha ricevuto molto meno di quello che ha dato alla musica napoletana ed italiana e la cui discografia resta ancora sconosciuta alla maggior parte del pubblico non napoletano. Pino Daniele iniziò a collaborare con James Senese, suonando il basso e non la chitarra (suo vero strumento) poiché la band era già provvista di un chitarrista, ma in poco tempo le cose cambiarono e fu James Senese a suonare negli album di Pino Daniele.

L’esordio vero e proprio di Pino con un album come “Terra Mia” del 1977, non poteva passare inosservato e non poteva non destare ammirazione il modo in cui un ragazzo di 21 anni riusciva a garantire un suono così moderno, autentico e non “preso in prestito da altri”, eppure ancora così vicino alla musica napoletana. I testi struggenti di “Napule E’” (una vera poesia in musica) e di “Terra Mia”, quelli di protesta di “’Na Tazzulella ‘E Café”, quelli che sembrano provenire da un lontano passato come “Suonno D’Ajere”, non potevano lasciare indifferente la sua gente per il modo immediato con cui Pino riusciva a parlare al cuore della gente. In quell’album d’esordio c’erano già i semi di ciò che verrà sviluppato pienamente negli album successivi: modernità e fusione musicale, ma anche un fortissimo senso di appartenenza alla tradizione partenopea. Pino era infatti convinto che la cultura napoletana fosse il risultato della sovrapposizioni dei popoli e delle rispettive culture che si è registrata nei secoli: la sua musica quindi non poteva essere diversa.

Ecco quindi che la prima fortissima intuizione musicale di Pino, appare nel secondo album “Pino Daniele” del 1979. Si tratta di un album già molto diverso da “Terra Mia” in cui Pino dimostra una cosa che a tutti, fino a quel momento, sarebbe sembrata assurda: la musica e il mood napoletano presente in un repertorio di secoli di canzoni, può essere molto più vicino di quanto si possa pensare a generi musicali, lontanissimi geograficamente. Così se la musica di “Je Sto Vicino A Te” e di “Chi Tene O’ Mare” (dai testi molto profondi) si riallacciano alla migliore progressive degli anni 70, in “Je So’ Pazzo” si torna alla musica popolare napoletana, con prime connotazioni blues, per gridare una insofferenza in un crescendo di rabbia fino allo sfogo finale. Le novità di questo album però non si limitano a questo, ma vanno ben oltre: in “Chillo È Nu Buono Guaglione” si toccano per la prima volta addirittura sonorità brasiliane; in “Ue Man!” la musica è puramente blues con la prima vera fusione anche di linguaggio tra termini in Napoletano e in Inglese, all’interno della stessa frase (una caratteristica che diventerà peculiare per Pino); in “Il Mare” poi si sfiora l’arte musicale di Frank Zappa. Con questo album, si verifica una prima rivoluzione: la musica napoletana non è solo quella del periodo classico, scritta per mandolino e chitarra, ma può avere molteplici declinazioni prendendo contaminazioni che solo apparentemente possono sembrare lontane.

Nero A Metà” del 1980 ra02 - Pino Da Giovaneppresenta l’album della “scelta” di Pino per il blues e la sua definitiva consacrazione come autentico genio musicale ed ottimo chitarrista. Praticamente tutti i brani di questo album raccolsero un enorme gradimento: “I Say I’ Sto Ccà”, “Musica Musica”, “Quanno Chiove”, “A Me Me Piace O’ Blues”, “Alleria”, entrarono nel cuore dei suoi fan immediatamente. Ma tra le canzoni di questo album, come non citare la perla di 1.34 minuti, “Appocundria”, breve e forte come un colpo nello stomaco? Roberto mi ha spiegato che, se non si è napoletani, si può confondere tale parola con “ipocondria”. L’”Appocundria”, a suo dire, è invece un sentimento confuso, a metà strada tra l’ansia, l’inquietudine, la nostalgia ed un senso di insoddisfazione, qualcosa quindi che è difficile da definire a parole, ma che ognuno di noi ha provato almeno una volta nella vita e che forse non sempre è riuscito a descrivere: Pino in 1.34 minuti ci riesce perfettamente, grazie alla sua musica e ad un testo che con degli esempi lascia intendere il suo stato d’animo.

L’idea di Pino come uomo solare e sempre allegro, infatti, non è del tutto veritiera: chi lo ha conosciuto bene, racconta di una persona schiva e persino timida, nonostante durante la sua carriera di cantante abbia cantato e parlato a migliaia e migliaia di persone. Non amava parlare molto di sé e stare di fronte alle telecamere, se non per parlare di musica. La profondità di certi concetti espressi dalla sua musica, d’altra parte, non sarebbe mai potuta scaturire da una persona diversa. Pino ha avuto verso Napoli un rapporto di amore e odio, come lui stesso descrisse: un amore smisurato per tutto ciò che aveva dentro della sua città, ma anche una rabbia costante per tutto ciò che la sua città non riusciva a risolvere e per tutto ciò che potrebbe essere e non riesce ad essere, quasi una forma di lotta, la sua, contro quel senso di impotenza e fatalità che, a suo dire, non aveva ragione d’esistere tra la sua gente. Pino era dunque una persona dalle profonde riflessioni e dai tanti silenzi, un po’ come è stato Mango, altro artista del sud-Italia, delicato, unico e raffinato, morto durante un concerto nella sua Basilicata, appena un mese prima di Pino.

Nel 1981, sempre nella Piazza Del Plebiscito, un concerto con 200.000 persone rese evidente a tutti l’enorme popolarità che questa musica aveva avuto. E qualcuno volle parlare giustamente di “Neapolitan Power”, ovvero di una energia napoletana, fortissima, nata dalla collaborazione di musicisti di primissimo ordine che stavano innovando, come mai era successo prima, la musica made in Napoli. Pino e la sua super-band, da James Sense a Tullio De Piscopo, Tony Esposito, Joe Amoruso, Rino Zurzolo e gli altri, pur essendo figli della grande tradizione napoletana, stavano infatti compiendo una rivoluzione che è durata per tutti gli anni 80.

03 - Pino Daniele & Massimo TroisiPinuccio, come usano chiamarlo molti dei suoi fan, o Pinotto come invece lo chiamano i suoi amici di infanzia, dopo “Nero A Metà”, riuscì nell’impresa di non deludere critica e fan, con una seria di album di notevole qualità musicale, sempre nel segno della contaminazione blues, ma senza dimenticare talvolta gli echi della musica sud-americana ed ovviamente senza staccarsi dalla grande patria musicale che è stata per lui la città di Napoli. Da “Yes I Know My Way” a “Viento ‘E Terra”, dall’intimista “Notte Che Se Ne Va” ad “Annarè”, da “Lazzari Felici” ad “Anna Verrà”, da “O’ Scarrafone” fino alla celeberrima “Quando” (canzone legata a Massimo Troisi e al suo film “Pensavo Fosse Amore…Invece Era Un Calesse”), è un continuo ripetersi di successi, ma è ascoltando brani, forse meno noti al grande pubblico, come “Viento”, “Cammina Cammina”, “Maggio Se Ne Va” che è facile perdersi nell’immagine che ciascuno di noi ha di Napoli e che vede come protagonisti il mare, i vicoli bui, le luci forti e calde del tramonto che si proiettano sui muri e che disegnano ombre decise, un po’ come quelle che dipingeva Luca Giordano (un altro celebre napoletano) nei suoi quadri. E assieme a questa immagine non si può non sentire quel sapore amaro che si avverte durante le commedie di Eduardo De Filippo e che appartiene al vivere di un popolo e di una terra che da sempre è fucina di talenti e di grande cultura.

05 - Pino & Eric ClaptonIl successo di Pino fu tale da consentirgli, nel 1984, di salire sullo stesso palco milanese dove poco dopo si sarebbero esibiti due mostri sacri della musica mondiale, quali Carlos Santana e Bob Dylan.

Le collaborazioni internazionali di Pino, nel corso di quasi 40 anni di carriera, sono state moltissime, tra le quali quelle con Chick Corea, Randy Crawford, Al Di Meola, Peter Erskine, Richie Havens, Robby Krieger (The Doors), Phil Manzanera (Roxy Music), Pat Metheny, Noa, Wayne Shorter, Simple Minds, Gino Vannelli e su tutte quella con Eric Clapton, in seguito alla quale nacque anche una bella amicizia (lo stesso Clapton ha voluto ricordare la scomparsa dell’amico Pino con una nuova composizione per chitarra pubblicata sui social network).

Già dagli esordi, oltre alla musica degli album, Pino iniziò a scrivere anche colonne sonore per i film di diversi registi, tra i quali Sergio Corbucci, Nanni Loy, ma soprattutto Massimo Troisi con il quale divenne amico fraterno e al quale riuscì persino a far cantare una canzone, “’O Ssaje Comme Fa ‘O Core”: entrambi soffrivano di seri problemi cardiaci per i quali avevano già dovuto affrontare operazioni e questa canzone, oggi, dopo che entrambi sono stati traditi dal proprio cuore, suona quasi beffarda.
In questi anni, come detto, è stato il blues a farla da padrone fin dagli esordi, con echi di sud-America, ma non mancarono sconfinamenti in fusioni jazz che ricordano quelle di Ge04 - Pino-Danieleorge Benson.

A partire dall’album “Che Dio Ti Benedica” (1993) e per tutti gli anni 90 si verificò una seconda evoluzione della sua musica: il bluesman napoletano si trasformò in un musicista diverso, più pop e più “italianizzato”. I testi delle canzoni, infatti, furono scritti sempre più frequentemente in Italiano e non più in Napoletano, la sua musica, pur mantenendo certi livelli qualitativi, divenne più commerciale, in alcuni casi sfiorando il rap e rivelandosi “merce” da classifica e da grandi numeri di vendita. Sono questi gli anni del boom di Pino nel resto della penisola, quelli in cui, pur mantenendo contatti con musicisti internazionali, si moltiplicarono le partecipazioni con altri artisti nazionali, quali (solo per citarne alcuni) Eros Ramazzotti, Claudio Baglioni, Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia, Ron, Giorgia, Irene Grandi, Ligabue, Gino Paoli, Roberto Murolo, Laura Pausini, Vasco Rossi e Zucchero. Negli album di questo periodo appaiono diversi duetti con alcuni di essi che ne decretano velocemente il successo commerciale, quali hit da classifica, suonate dalle radio di tutta Italia. Il “Neapolitan Power”, in altre parole, terminò quando Pino assunse le connotazioni di artista nazionalpopolare. Fu una variazione forte che non tutti i fan della prima ora gli perdonarono, anzi molti di questi non esitarono a considerare ciò come una sorta di tradimento, unito al fatto che il loro idolo aveva ormai preso residenza in modo definitivo prima nel Lazio, poi in Toscana. A dispetto di queste critiche piuttosto severe, Pino non smise di produrre nuovi album contenenti nuovi successi commerciali, ma anche autentiche perle come, ad esempio, “Anima”, “Sicily” e “Resta Cu’mme” che furono la dimostrazione di quanto fosse ancora produttiva la sua migliore vena creativa e poetica. In questi anni, nuove contaminazioni musicali, questa volta, provenienti dalla musica medio-orientale, divennero sempre più frequenti.

06 - Pino & Super-Band nel 2008Negli anni del nuovo millennio, il percorso musicale di Pino cambiò ancora direzione: meno importanza alle facili melodie da classifica con l’unico imperativo della ricerca della qualità senza alcun compromesso. Consapevole del fatto che questa scelta non lo avrebbe premiato in termini di vendite, tra blues, jazz, ritmi sud-americani, echi di medio-oriente, qualche “presenza elettrica” e senza dimenticare le origini, Pino si riappropriò del suo infinito talento nella scrittura e nell’interpretazione, sfoggiando delle capacità tali che misero in luce, ancora di più, il netto divario con tantissimi suoi colleghi e, più che mai, la totale assenza di suoi eredi. Appartengono a questo periodo brani come “Pigro”, “Mareluna”, “Gente Di Frontiera”, “Nuages Sulle Note”, “Tango Della Buena Suerte”, “Isola Grande”, fino a parziali ritorni al passato blues con brani come ”Dimentica”, “Boogie Boogie Man” ed ulteriori nuove sperimentazioni come “Melodramma”, la splendida “The Lady Of My Heart”, “Coffee Time” ed “Anema E Core”, autentica rimpatriata blues con la sua super-band degli esordi e del “Neapolitan Power”, composta da James Senese, Tullio De Piscopo, Tony Esposito, Rino Zurzolo e Joe Amoruso. Ed appartengono a quest’ultima parte della sua carriera anche i concerti (ad uno dei quali ho avuto la fortuna di assistere, circa 2 anni fa) che Pino volle tenere con i suoi amici-colleghi del “Neapolitan Power”, con i quali si divertiva a ripercorrere quella parte magica della sua carriera.

Accanto alle immagini di Totò, dei fratelli De Filippo e di Massimo Troisi, nella celebre via dei presepi, è già possibile incontrare la statuina di Pino Daniele (come egli stesso aveva previsto nella sua canzone inedita “Sud Scavame ‘A Fossa”), è già possibile vedere la sua immagine dipinta in alcuni murales della città, sugli ombrelli che vendono gli ambulanti, sui manifesti di saluto e, soprattutto, ascoltare la sua musica suonata praticamente ovunque, quasi come se facesse parte di quel paesaggio che può vantare il Vesuvio, le meravigliose coste di Posillipo, le dolci colline che si specchiano nel mare compreso tra Isole e luoghi che sono raccontati nei miti della letteratura classica.

Accanto alle innumerevoli opere artistiche dei più grandi talenti, Napoli ha già saputo collocare Pino, uno dei suoi figli più cari, nato da una famiglia povera nel centro storico della città, ma diventato così importante da essere ormai patrimonio musicale italiano, come testimoniano le centinaia di messaggi lasciati da colleghi ed artisti non solo della musica e non solo italiani, intrististi per la sua scomparsa.Pino Daniele: ciao guaglio', il saluto su presepe Napoli

Con Pino, l’Italia ha perso un grande artista, ma Napoli anche il più grande innovatore musicale del dopoguerra e certamente il migliore interprete dei sentimenti più veri della sua gente, del modo di sentire più autentico ed unico di almeno due generazioni di persone che sono cresciute con la sua musica e che non hanno mai smesso veramente di amarlo, neppure quando cantava per tutta l’Italia e non più solo per la sua gente o si sentivano raccontare che ormai non viveva più a Napoli. Il dono che queste persone hanno ricevuto da Pino è stato ricambiato generosamente fino alla fine e persino oltre, con un incessante viavai di gente che per 10 giorni non ha smesso di rendere omaggio alle sue ceneri, esposte al Maschio Angioino, prima di essere portate definitivamente in Toscana, dove Pino abitava. Quasi un terzo funerale quindi, esattamente come accadde per Totò, altro grande simbolo di Napoli.

Igor per “Be! Magazine”

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