“The endless river”: infiniti Pink Floyd

Mason, Gilmour & Wright, 1994Ore 22 del 6 Novembre 2014: è finalmente giunto il tanto atteso momento di ascoltare “The Endless River”, ultimo album dei Pink Floyd, in uscita il 7 Novembre 2014: un amico che lavora in radio è riuscito a farmelo avere con un giorno di anticipo. Lo ascolto una prima volta e molte cose mi restano oscure. Lo riascolto altre 2 volte e, pian piano, ogni cosa inizia a prendere forma, a trovare la sua esatta posizione, incastrandosi l’una sull’altra, come le tessere in un mosaico.

Cos’è “The Endless River”, il “Fiume senza fine”?front cover

Non è certo il Tamigi, il fiume di Londra dove, nei pressi di Hampton Court, è ancorata Astoria, la casa galleggiante del 1911 che David Gilmour, leader dei Pink Floyd, acquistò nel 1986, per farne uno studio di registrazione e dove nacquero gli album “A Momentary Lapse Of Reason” e “The Division Bell” dei Pink Floyd, nonché l’ultimo album solista di Gilmour, “On An Island”.

Eppure proprio su quelle acque, nella Astoria, già 20-21 anni fa, David Gilmour, Richard Wright e Nick Mason, si ritrovarono per scrivere e suonare il cd che ora ho tra le mani, un album che però restò in attesa di essere pubblicato, per tutti questi anni. Le musiche di “The Endless River”, seppure inedite, furono infatti, quasi tutte composte contemporaneamente a quelle che invece rientrarono nell’album “The Division Bell” del 1994.

Tutto ciò che si sente in questo album è legato, con un sottile e lungo filo, agli eventi che hanno caratterizzato la storia di questo gruppo. Impossibile quindi comprendere queste “nuove” composizioni, se non si conosce, almeno sommariamente, la storia dei Pink Floyd, una storia che, fin dagli esordi, non è stata certo semplice e senza problemi. Impossibile comprendere i continui richiami a qualcosa di irrimediabilmente perso ed irripetibile, se si ignora che, dopo appena 2 album e pochi anni di attività, il primo leader, ispiratore e fondatore della band, Syd Barrett, fu allontanato perché ormai vittima dei suoi problemi mentali. A Syd, subentrò Gilmour e leader della band, nonché principale autore di musiche e testi divenne il bassista Roger Waters. L’allontanamento di Syd, che ebbe ancora una breve creatività musicale (espressa in alcuni album da solista), ma la cui sua vita nel mondo reale andò molto peggio, non fu senza conseguenze. Il successivo incontro tra i Pink Floyd e ciò che era diventato Syd, infatti, avvenne solo nel 1975, quando si presentò loro calvo, ingrassato, trascurato e stravolto, nella sala di incisione dove i Pink Floyd stavano registrando un nuovo album. Si trattava di “Wish You Were Here”, un album interamente dedicato a lui, a quel “diamante pazzo” cantato in “Shine On You Crazy Diamond”, ma Syd non comprese ciò, lasciando affranti i suoi ex compagni di band, quando giudicò l’album come “un po’ datato” ed iniziò a fare cose assurde nella sala di incisione. Le lacrime ed il senso di impotenza che questo evento causò ai membri dei Pink Floyd, trovarono spesso spazio nei testi, nelle musiche degli anni successivi, sebbene Syd, totalmente alienato, continuasse a non comprendere neppure tutte le dediche che i Pink Floyd gli continuarono a tributare in tanti anni di concerti ed interviste. Passò infatti il resto della sua vita lontano da tutti, lasciandosi andare ad una realtà tutta sua, nella quale restò chiuso fino alla morte, avvenuta nel 2006. Il senso del tempo, come forza che allontana le persone e gli affetti, che sbiadisce i ricordi, trasformando la vita degli uomini, rincorsi da due lancette impazzite, in un eterna corsa senza senso verso il nulla, divenne una componente sempre presente nella musica dei Pink Floyd ed è fortissimo anche in ques’ultimo loro lavoro.

Poco dopo l’allontanamento di Barrett, il periodo psichedelico dei Pink Floyd lasciò spazio a quello progressive i cui confini molto ampi portarono ad album monumentali come “The Dark Side Of The Moon” del 1973 (rimasto 15 anni nella classifica USA, fino al 1988) e “Wish Tou Were Here” del 1975. Questi ultimi due album rappresentano certamente il momento in cui la band raggiunge la massima coralità: infatti, ciascuno dei membri dei Pink Floyd, in quel periodo, contribuiva in maniera fondamentale in fase creativa ed interpretativa.

Con il successivo album, “Animals” del 1977, iniziò tuttavia la dittatura espressiva di Waters: il contributo degli altri membri della band, cominciò ad essere marginalizzato da Waters. Le tastiere di Richard Wright, protagoniste negli album precedenti e la sua stessa voce furono relegate in spazi sempre più angusti, finché fu lo stesso Waters, dopo l’album “The Wall” del 1979, ad allontanarlo del tutto dai Pink Floyd. Fu una seconda cicatrice nella band, non meno profonda di quella che aveva provocato l’inevitabile allontanamento di Barrett e fu il primo passo verso ciò che ormai era ampiamente prevedibile: il successivo album, “The Final Cut” del 1983, fu opera del solo Waters che ne fece un album tutto suo, arrivando a lasciare alla voce di Gilmour soltanto un brano. La coralità degli album precedenti era quindi del tutto persa e, come anticipava il titolo stesso dell’album, si trattò del passo finale: poco dopo, Waters decise di sciogliere il gruppo, contro il parere di Gilmour e Mason.

In quel periodo prese forma un’ulteriore più profonda cicatrice nell’animo di ciascuno dei membri della band, che si materializzò in un tagliente senso di rabbia, unito ad impotenza di fronte al modo in cui stava per concludersi la storia di una delle più grandi ed influenti band della storia della musica. Dalle aule di tribunale, uscirono vincitori Gilmour e Mason, con la possibilità di poter continuare ad usare il nome “Pink Floyd”, anche senza Waters. Gli strascichi di questa vicenda si ipostatizzarono in musiche dalla forte connotazione melanconica, in un senso di sospensione ed attesa, rotti dagli assoli di chitarra di Gilmour che sembrano voler sostituirsi a parole che sono difficili da dire, a pensieri che non riescono a trovare corretta espressione vocale. “The Endless River” è pieno di momenti come questi. Capire questo aspetto è essenziale per comprendere la musica dei Pink Floyd del post-Waters.

“A Momentary Lapse Of Reason”, di fatto un album di Gilmour, pubblicato nel 1987 a nome “Pink Floyd”, divenne il primo del post-Waters e vide i Pink Floyd ridotti ai soli Mason e Gilmour: Wright fu reintegrato nella successiva tournee mondiale del 1988.

Wright, Gilmour & Mason, 1994Cinque anni dopo, nel 1993, Gilmour, Wright e Mason si ritrovarono sulle acque del Tamigi, nella Astoria, a scrivere e suonare ancora insieme. Da quelle registrazioni, nacquero “The Division Bell” del 1994 e in gran parte anche “The Endless River”, pubblicato 20 anni dopo. La maggior parte delle oltre 20 ore di musica registrate in quei mesi era stata scritta da Gilmour, ma in essa tornarono fondamentali i contributi di Mason e soprattutto di Wright, sia in fase di composizione, che di esecuzione: Gilmour lo volle persino voce principale in “Wearing The Inside Out” (composta dallo stesso Wright e contenuta in “The Division Bell”), cosa che non avveniva dai tempi lontanissimi di “The Dark Side Of The Moon” del 1973. Si era quindi ritrovata quella coralità che era venuta a mancare negli ultimi album dell’era Waters. Ed era ormai terminato il periodo della rabbia, della forte contrapposizione: il testo di “Lost For Words” (contenuta in “The Division Bell”), sembra quasi voler riaprire la porta a Waters. Quel senso di solitudine e di distanza dagli anni migliori, tuttavia no, non era passato, anzi si era unito a quello che inesorabilmente sopraggiunge quando, non più giovani, ci si guarda alle spalle, verso gli anni di una gioventù ormai terminata, di una spensieratezza definitivamente persa, come si evince dal testo di “High Hopes” (ultima traccia di “The Division Bell”), in cui si parla di “nights of wonder” (“notti meravigliose”) e di “prati che erano più verdi” (“the grass was greener”). E’ lo stesso sentimento che troviamo ancora oggi espresso in “The Endless River”, ma senza parole, perché l’unica traccia ad avere testo è quella che chiude l’album, ovvero “Louder Than Words”.

Chiusa la tournee del 1995, i Pink Floyd fecero capire al Mondo che la loro avvenuta sarebbe finita li.

I fatti che seguirono videro pochi altri momenti fondamentali per la speranza dei fan di rivedere i Pink Floyd riunirsi. Il 2 Luglio 2005, infatti, in occasione del “Live 8” a Londra, per una notte, sullo stesso palco si ritrovarono a cantare e suonare insieme, nella formazione degli anni d’oro, con Waters, Gilmour, Mason e Wright. Non mancò una dedica a chi non era più presente con loro, ovvero Barrett, ed il miniconcerto, durato poco meno di 24 minuti, terminò con Waters che chiamò a sé gli altri membri in un unico splendido abbraccio che fece sperare in una re-union, invano. Nel 2006, infatti, venne meno Barrett e nel 2008 anche Wright, cosa che sembrò estinguere, quindi, ogni ulteriore residua speranza. Il 10 Luglio 2010, tuttavia, Waters e Gilmour si ritrovarono ancora sullo stesso palco a suonare per la “Hoping Foundation”.

Ed il 12 Maggio 2011, Gilmour salì sul palco della O2 Arena di Londra, in occasione di un concerto di Waters, per suonare insieme a lui “Comfortably Numb” e per poi accogliere sullo stesso palco anche Mason a suonare con gli altri due “Outside The Wall” in chiusura di concerto.

Polly Samson twittDopo questi eventi, tuttavia, nessuno si aspettava un nuovo album, o, più precisamente un album di inediti, almeno non fino al 5 Luglio 2014, quando un twit di Polly Samson (moglie di Gilmour) annunciò al Mondo un nuovo album dei Pink Floyd in Ottobre (poi slittato a Novembre), definendolo come “il canto del cigno di Richard Wright”. Il tastierista dei Pink Floyd, Wright, infatti è scomparso nel 2008, ma il suo stile geniale, il suo essere gentile, riservato e modesto è fortemente presente in queste musiche: è ancora l’impalcatura sonora sulla quale da sempre si arrampicano gli assoli di chitarra di Gilmour.

La genesi di “The Endless River” è stata spiegata in una recente intervista dallo stesso David Gilmour:
<<The Endless River nasce dalle sessioni musicali per “The Division Bell” nel 1993. Abbiamo ascoltato oltre 20 ore di musica suonata da noi tre e abbiamo selezionato ciò su cui volevamo lavorare per questo nuovo album. Nel corso dell’ultimo anno abbiamo aggiunto delle parti nuove, ri-registrato delle altre e reso attuale la vecchia tecnologia di studio di allora, in modo da avere un nuovo album dei Pink Floyd da 21° secolo. Rick se ne è andato e con lui anche la possibilità per sempre di rifare quei brani, quindi ci è sembrato giusto rendere disponibili, come parte del nostro catalogo, queste versioni rivisitate e rilavorate>>.

E Nick Mason, ha chiarito anche a chi è dedicato questo nuovo album: <<The Endless River è un tributo a Rick, un modo per riconoscergli che ciò che faceva e come suonava era proprio il cuore del suono dei Pink Floyd. Riascoltando quelle vecchie registrazioni mi ha riportato alla mente quanto fosse speciale il suo modo di suonare>>.

In un’altra intervista Mason rivela anche che le musiche di questo album erano in procinto di essere utilizzate come colonna sonora di un film dei fratelli Wachowski, progetto decaduto quando lo stesso Mason e Gilmour videro alcune scene di tale film.

Venuto meno nel 2013 anche Storm Thorgerson della Hipgnosis, geniale creatore delle più note e riuscite copertine degli album dei Pink Floyd, è stata scelta come copertina l’opera digitale di Ahmed Emad Eldin, un ragazzo egiziano di 18 anni. Si tratta di un’immagine che è stata poi rielaborata dalla Stylorouge, un’agenzia inglese di design. L’opera ha un fortissimo potere evocativo: un uomo su una barca che rema su un fiume di nuvole, verso un orizzonte luminoso.

“The Endless River” potrebbe quindi far riferimento al testo di “High Hopes”, ultima traccia contenuta in “The Division Bell” del 1994:

“The dawn mist glowing But the water’s flowing In the endless river Forever and ever”

ovvero

“L’alba si vaporizza incandescente, Ma l’acqua scorrerà
Nel fiume senza fine
Per sempre e sempre”

La track-list del nuovo album è divisa in 4 mini suite come se fossero i 4 lati di un doppio vinile. È essenziale ascoltare insieme le tracce di ciascuno di questi 4 lati, per non confondersi: ascoltare tracce a caso di questo album, inevitabilmente porterebbe a non capirne nulla.

Esiste anche una versione Deluxe, che include ulteriori 3 tracce e 6 brevi filmati. Le tre tracce sono autentici out-take che probabilmente non riuscivano a trovare spazio/collocazione musicale nell’album.
I 6 brevi video, invece, mostrano alcuni dei momenti vissuti 20 anni fa dai Pink Floyd, mentre provavano e registravano sulla Astoria e qualche momento più vicino, con Gilmour e Wright, ormai privi di Wright, alle prese con le ultime incisioni. Sono quasi un mini documentario sul loro modo di fare musica.

Veniamo ora ai 4 Side in cui è diviso l’album.

Side 1

01) Things Left Unsaid (David Gilmour, Richard Wright); 02) It’s What We Do (David Gilmour, Richard Wright); 03) Ebb and Flow (David Gilmour, Richard Wright).

Si inizia piano, come piano inziano i primi suoni in “The Division Bell”, ma anche in album temporalmente molto più lontani, come “Wish You Were Here”. Qui però non c’è la stessa inquietudine di allora e le prime note della chitarra di Gilmour riportano alla mente, quasi subito, i passaggi sereni dell’album del 1994.
In “It’s What We Do”, riappare la tastiera di Wright che torna a suonare magnificamente e che immediatamente estende l’orizzonte sonoro. Entra quindi la batteria di Mason…i Pink Floyd sono di nuovo affiatati! Il contributo di ciascuno dei tre è forte ed evidente, non è coperto da quello di un altro. Le salite e le discese sul pentagramma sono quelle tipiche del loro repertorio. Gli assoli di chitarra di Gilmour non necessitano di alcun testo, parlano da soli. La batteria di Mason scandisce il tempo, senza alcuna sovrapposizione con le lunghe note di Gilmour e di Wright. La chiusura è affidata a delicati momenti di introspezione.

Side 2

04) Sum (David Gilmour, Nick Mason, Richard Wright); 05) Skins (David Gilmour, Nick Mason, Richard Wright); 06) Unsung (Richard Wright);
07) Anisina (David Gilmour).

Il side 2 inizia con tastiera, chitarra e batteria dei tre, che si rincorrono, coinvolti da un ritmo più veloce, verso un attesa che esita nei vivaci attacchi di Mason alla batteria, nella traccia “Skins”. Poche altre volte, la musica dei Pink Floyd ha avuto momenti di simile agitazione. In “Unsung” ci si ritrova però in attesa di un nuovo orizzonte musicale che puntualmente si riaffaccia con “Anisina”, autentico magnifico momento “gilmouriano”, fatto di apparente calma, scandita da note lunghe di chitarra, accompagnamento di pianoforte ed assoli di sassofono e clarinetto, quasi a sostituire una possibile voce. Tutto torna! Come trasportati dal vento del tempo, alcuni momenti musicali, già vissuti nelle prime tracce di “The Dark Side Of The Moon”, stranamente qui si collegano a quelli più sereni che è possibile ascoltare anche in “The Division Bell”. Dalla loro fusione nasce qualcosa di inatteso e convincente.

Side 3

08) The Lost Art of Conversation (Richard Wright);
09) On Noodle Street (David Gilmour, Richard Wright); 10) Night Light (David Gilmour, Richard Wright);
11) Allons-Y (1) (David Gilmour);
12) Autumn ’68 (Richard Wright);
13) Allons-Y (2) (David Gilmour);
14) Talkin’ Hawkin’ (David Gilmour, Richard Wright).

Il side 3 inizia rievocando momenti sonori che appartengono a “Marooned” (“The Division Bell”) fino a sfociare in “Allons-Y (1)” che in parte ricorda “Run Like Hell” dell’album “The Wall”, anche se con minore furore, ma maggiore ampiezza sonora, per poi sfociare in “Autumn’68”. E’ una traccia interamente di Wright, come era interamente sua “Summer ‘68”, contenuta nell’album “Atom Heart Mother” del 1970. Sono passati 24 anni da allora (Wright scrisse questa musica nel 1994) e tantissime cose sono cambiate: l’estate della sua vita ha ormai lasciato spazio all’autunno, rappresentato dal suono di un organo che evoca i tanti ricordi di momenti che non torneranno più, come le tante illusioni dell’estate del 1968. A questi suoni, seguono quelli nuovamente ritmati di “Allons-Y (2)” che riprendono esattamente da dove erano stati lasciati nella sua parte (1). “Talkin’ Hawkin’” si collega a “Keep Talking” (“The Division Bell”) e come essa sembra voler esprimere la stessa insicurezza di essere, la stessa indecisione di fronte alle scelte.

Side 4

15) Calling (David Gilmour, Anthony Moore);
16) Eyes To Pearls (David Gilmour);
17) Surfacing (David Gilmour);
18) Louder Than Words (Polly Samson – David Gilmour).

Siamo all’ultima mini-suite dell’album. Si inizia con “Calling” in cui si distingue il contributo di Moore, con suoni che inevitabilmente richiamano alla mente alcuni passaggi dell’album “A Momentary Lapse Of Reason” del 1987. Si tratta di una vera e propria apertura a “Eyes To Pearls”, scritta interamente da Gilmour, così come la successiva “Surfacing”. In entrambi i casi si tratta di passaggi di forte suggestione, di sottile equilibrio tra inquietudine ed attesa. E’ probabilmente la parte più malinconica dell’album.

Il tutto sfuma in “Louder Than Words”, ultima traccia dell’album ed unica ad avere un testo. Siamo infatti giunti alla fine dell’album, abbiamo ascoltato cori, più di una volta, qualche frase sussurrata in sottofondo, ma nessun testo è apparso finora. Questo è infatti il primo ed unico dell’intero album. È stato scritto dalla moglie di Gilmour, Polly Samson. Qui finalmente riascoltiamo la bella voce di Gilmour e scopriamo che dopo 20 anni non è cambiata. Ha la stessa tonalità e lo stessa ampiezza di sempre. La musica ha splendidi assoli di chitarra che si muovono su una base di suoni in crescendo. Le parole di questo testo non sono casuali. Sono certamente un commento a tutto l’album e probabilmente all’intera storia dei Pink Floyd:

“We bitch and we fight Diss each other on sight But this thing we do… These times together

It’s louder than words This thing that we do

It’s louder than words The sum of our parts The beat of our hearts”

Ovvero:

“Ci lamentiamo e litighiamo
Ci insultiamo non appena ci vediamo Ma queste cose che facciamo… Queste occasioni insieme

È più forte delle parole Questa cosa che facciamo

È più forte delle parole
La somma delle nostre parti Il battito dei nostri cuori”

Poche volte, il testo di una canzone è stato più chiaro di così: potrebbe essere un addio, ma potrebbe essere anche un incoraggiamento a proseguire ancora insieme la stessa strada, anche se qualcuno purtroppo non potrà più seguirla, perché il tempo lo ha separato irrimediabilmente dagli altri.

E da questa considerazione può scaturire anche la risposta alla domanda inziale su che cosa sia questo “Fiume Infinito”. Ascoltiamo, infatti, quest’ultima traccia, fino in fondo, magari alzando il volume, per fare più attenzione ad ciò che una voce appena percettibile sussurra, intorno al minuto 6:02.

Esatto, quella voce, dice proprio: “Go To Heaven, Wright!”
“Vai in Cielo, Wright!”

Il “Fiume Infinito”, quindi non è altro che quell’infinito ed immateriale flusso fatto di emozioni, immagini, pensieri, suoni e sensazioni in grado di attraversare il tempo e le dimensioni, tenendoci legati per sempre.

Igor per “Be! Magazine”

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