Bon Jovi Live Milano 29-06-13: Because We Can

29 Giugno 2013: una data che resterà nella storia dei concerti suonati tra le “mura” dello Stadio “Meazza – San Siro” di Milano.
I Bon Jovi sono tornati e lo hanno fatto in grande stile.
Anche partendo dal presupposto che possano piacere oppure no, resta indiscutibile che abbiano regalato una performance fuori dall’ordinario.
Qualche numero:
30 canzoni in scaletta per 3 ore e 15 minuti di pura goduria, pardon, concerto. Il tutto per più di 50000 persone presenti.
Insomma una cosetta da poco e per pochi intimi.
Piccola avvertenza, se non siete fan del gruppo potete anche smettere qui di leggere.
Per tutti gli altri, mettetevi comodi e che il viaggio abbia inizio!
I Bon Jovi volevano fortemente San Siro, terreno di “caccia” preferito dal “Boss” Bruce Springsteen, idolo dello stesso Jon.
San Siro bisogna meritarselo e bisogna regalare qualcosa di straordinario quando si suona su quel “prato”.
Il sottoscritto, come qualcuno ricorderà, era stato presente per la tappa italiana del gruppo 2 anni fa ad Udine, che segnava il ritorno della band in Italia dopo una lunga assenza e che si è dimostrata una serata straordinaria (e per me al primo posto nei concerti della vita).
Con queste premesse capirete che l’attesa era tanta da parte mia, anche se ero certo che non si sarebbero toccate le vette di quella che fu una serata indimenticabile e da brividi.
Ovviamente (e fortunatamente) mi sbagliavo alla grande… ma andiamo con ordine.
La mia avventura inizia nel primo pomeriggio verso le 15 quando lascio casa per recarmi allo stadio (questa volta solo un oretta di macchina per arrivare a Milano contro le 4 e passa di Udine).
Trovo posto nel parcheggio dello stadio, caro ma lasciare la macchina praticamente davanti al mio ingresso è una bella comodità (che si rivelerà pessima al momento dell’uscita…).
Entrando nello stadio dopo la caccia alle magliette di rito, salgo in tribuna e appena arrivato vengo accolto dal palco maestoso che ritrae il cofano di una “Cadillac” anni ’50.
Subito penso che si tratti proprio di “un’americanata” ma ha il suo fascino e sarà veramente “utile” durante il concerto.
Andando al mio posto incontro i miei compagni d’avventura, ragazzi simpaticissimi anche loro presenti a Udine con i quali inganno il tempo in attesa degli altri “ragazzi”, tra risate e aneddoti di concerti passati e futuri.
Alle ore 19:30 come da programma inizia a suonare il gruppo di supporto.
I “These Reigning Days” a me sono sconosciuti e devo dire che non mi hanno entusiasmato, musica e gruppo abbastanza anonimi, almeno per chi scrive.
Alle ore 20:32 puntuale come un orologio svizzero, si accende il motore della “Cadillac” e iniziano le danze.
I Bon Jovi sono tornati!
La partenza è con “That’s What The Water Made Me” uno dei brani migliori del nuovo album, cui seguono gli scontati saluti di rito e poi giù subito due super hit per scaldare il pubblico, “You Give Love A Bad Name” e “Raise Your Hands” in cui i maxi schermi laterali e superiori la fanno da padroni creando dei bellissimi effetti con lo sfondo del pubblico e piazzando scritte “Milan” a caratteri cubitali per il delirio della folla.
Poi la prima sorpresa che fa saltare il cuore in gola a tutti i fans nessuno escluso.
Sì, perché arriva il pezzo storico, il loro primo successo, quello da cui tutto ebbe inizio: “Runaway”!
Qui si notano i piccoli cambiamenti dovuti all’assenza di Richie Sambora, cofondatore della band e membro imprescindibile della band che per motivi non ben precisati (soldi, problemi personali?) non ha preso parte al tour, sostituito dal buon Phil X (che piacevole sorpresa!!!).
Per questa assenza infatti la seconda voce tocca a David Bryan (il tastierista, per quei 2 o 3 che non lo sapessero) con risultati grandiosi!
Si passa poi a “Lost Highway”, title track del vendutissimo (negli States almeno, perché in Italia è “vietato” parlare di “country music” e i brani di quello che a mio modesto parere è uno dei migliori lavori della band quasi non si sono sentiti!) album del 2007.
Con “Born To Be My Baby” e “It’s My Life” è chiaro che siamo tutti ai piedi di Jon che dispensa sorrisi a più non posso.
Eppure manca qualcosa, si perché il buon Jon sembra partito con il freno a mano tirato volendo quasi giocare d’esperienza.
Voce abbastanza trattenuta, quasi a doversi ancora scaldare o quasi a volersi trattenere.
Ovvio il tour è lungo e bisogna dispensare le energie, diranno i maligni.
O più semplicemente inconsciamente i ragazzi sanno che gli tocca la scaletta delle grandi occasioni, quella che si tira fuori una o due volte al massimo durante un tour, quella che rende una data memorabile per i fan e per i membri della band.
Ad inizio concerto aveva detto che se per noi andava bene (???) avrebbe passato le prossime 2-2 ore e mezza in nostra compagnia.
No Jon, vogliamo di più e te lo dimostriamo subito.
Sì, perché è il turno di “Because We Can” e da questo momento il concerto cambia radicalmente perché tutti noi riusciamo a toccare Jon nel profondo del cuore tanto da portarlo alle lacrime e “costringerlo” ad interrompere la canzone.
Jon attacca le prime note e… lo stadio si trasforma.
Il primo e secondo anello diventano un enorme scritta “Bon Jovi Forever” tra i colori della bandiera americana e viene esposto uno striscione “30 years of History” in cui per ogni anno in cui la band ha prodotto qualcosa viene riportato l’evento principale di quell’anno (elezione di Nelson Mandela presidente, caduta del muro di Berlino, Obama presidente, ecc…) mentre il prato si riempie di bandierine tricolori.
La voce di Jon inizia a vacillare tanto che si interrompe lasciando cantare solo il pubblico e la sua reazione è quanto di più umano si possa immaginare al punto che all’attacco della seconda strofa Jon sbaglia e allora “wait wait” stop alla musica.
Fermi tutti per capire cosa sta succedendo, Jon guarda a destra e sinistra cercando le parole per dire qualcosa, ma le parole non arrivano perché è commozione autentica quella che sta provando.
Si allontana appoggiandosi per qualche momento ad un supporto vicino alla batteria di Tico Torres.
Poi torna quasi a cercare di riprendere fiato e riparte da capo con la canzone interrotta qualche minuto prima, tanto che alla fine ringrazierà dicendo “Sto piangendo come una ragazzina”.
Da questo momento il concerto cambia radicalmente.
I Jovi non si risparmieranno più, Jon alza la tonalità e la “spinta” vocale e la scaletta “ufficiale”, quella da “cartella stampa”, verrà variata quasi completamente.
Ora il concerto, quello vero, quello fatto col cuore può cominciare!
What About Now” dal nuovo album per ringraziare dell’ottimo risultato di vendite raggiunto nel nostro Paese, segue “We Got It Goin’Home” (il pezzo che a me personalmente piace meno e che mi permette di prendere fiato).
Arriva una potentissima versione di “Keep The Faith” cui segue “Amen” in acustica dal nuovo album, pezzo bellissimo che fa capire che adesso la voce di Jon è calda a dovere.
Con “In These Arms” il pubblico è nuovamente in delirio cantando a squarciagola il ritornello, “Captain Crash & The Beauty Queen From Mars” (una delle mie preferite in assoluto), “We Weren’t Born To Follow” (che fa ballare anche le piastrelle) e “Who Says You Can’t Go Home” ci portano alla seconda chicca della serata.
Rockin’ All Over The World” di John Fogerty richiesta da diversi cartelli nelle prime file, poi “I Sleep When I’m Dead” e “Bad Medicine” sulla quale mi stupisco di come non sia venuto giù lo stadio e che potrebbe fare da degna chiusura ad ogni concerto di una normale band.
Le prime due ore sono passate ed è tempo di una piccolissima pausa che porterà all’”encore” per così dire.
Il rientro è un’altra piacevole sorpresa, “Dry Country” (altro pezzo non in scaletta).
Di solito il pezzo forte di Richie Sambora e per questo non mi sarei aspettato che la proponessero. Ma devo dire che Phil X mi ha sorpreso in modo positivo. Non avrà la presenza scenica di Richie, ma in quanto a tecnica e padronanza del “mezzo” non ha nulla da invidiare e con “Dry Country” lo dimostra alla grande facendo venire la pelle d’oca (in senso più che positivo) a tutti.
E’ sabato sera e quindi non può che essere “Someday I’ll Be Saturday Night” (adoro!!!!), altra sorpresa a richiesta “Love The Only Rule” su cui tutto lo stadio torna a ballare e poi il mito “Wanted Dead Or Alive”.
Su di coreografia a far tremare ancora un pochino i ragazzi che ci regaleranno un finale da brividi.
Undivided” è un’altra request presa dai cartelli presenti nelle prime file (ragazzi quasi non me la ricordavo!!!), avanti con “Have A Nice Day” in cui di nuovo hanno vacillato anche le piastrelle e giù verso il finale con “Livin’On A Prayer” e qui secondo me qualche piastrella è caduta.
A questo punto diciamo che le canoniche due orette e mezza abbondanti sono concluse, come aveva detto Jon all’inizio.
Infatti i nostri salutano con inchini di rito e se ne vanno… o forse no?
Jon torna indietro e imbraccia da solo la chitarra, Vi meritate ancora qualcosina dice.
Never Say Goodbye”, ritornello e prima strofa in acustica sono un gran bel regalo.
Ma non finisce qui perché manca ancora qualcosa.
Fischio e la band torna sul palco, ok questo sa tanto di colpo di scena studiato a tavolino e un pochino ruffiano se vogliamo, ma l’effetto è genuino, simpatico e ci regala un finale da brividi.
Questa ve la meritate proprio”… “Always” in cui Jon dà tutto quello che ha senza fare prigionieri, Tico Torres a quasi 60 anni picchia su quella batterie che penso sia fatta in titanio perché regge e non si spezza, come neanche un ventenne saprebbe fare.
Poi ancora “una canzone che in Italia amate tanto e che non posso non fare”… “These Days” e qui devo dire che ho vacillato io, come accaduto a Udine.
Esecuzione magistrale in cui danno anche l’anima e noi con loro.
E’ finita?
Forse sì, visto che le luci dello stadio si stanno riaccendendo… ma… colpo di scena finale.
One more for you!”… pubblico in delirio e in estasi completa e quasi non ci si crede… Jon fa scegliere a noi in base al nostro incitamento ai titoli che propone.
A dire la verità avrebbe vinto senza dubbi “Blood On Blood” ma alla fine sceglie lui e in effetti non poteva scegliere di meglio, “This Ain’t A Love Song” che raramente viene proposta nei live.
Insomma anche nella scelta finale ha voluto regalare un’altra chicca indimenticabile.
Sul finale della canzone Jon si avvia all’uscita lasciando spazio alla band di concludere questo viaggio e prendersi gli applausi finali.
Lui ha già dato e ricevuto tanto da questa serata è tempo di lasciare giusto spazio agli altri, anche perché mi piace pensare che altrimenti avrebbe cantato ancora qualcosa.
Sicuramente poco in palla all’inizio, come precedentemente detto, ma poi ha tirato fuori tutto quello che aveva da dare.
A fine serata resta la sensazione, difficile da spiegare, di essere stati testimoni di un evento straordinario in cui si è creato un feeling speciale tra band e pubblico.
Forse nemmeno i fan più ottimisti (me compreso) potevano pensare di rivivere una notte come quella di Udine di due anni fa, che a suo modo resta indimenticabile (se volete “rivivere” quella serata andate qui).
Eguagliare quella data era ardua impresa, così come ridare le stesse emozioni (e forse di più) non era facile, ma i ragazzi ce l’hanno fatta.
Quanto all’assenza di Richie Sambora si può dire che tutto sommato non si è sentita più di tanto.
Phil X è un ottimo professionista che ha il grande merito di non voler imitare il collega e che cerca di metterci del suo (forse qualche errorino in fase di accompagnamento, ma giù il cappello negli assolo).
E poi con Tico e David così in forma si riesce a colmare questa assenza.
A dimostrazione che quando c’è l’energia e il feeling giusto tra pubblico e band non servono mega palchi fluttuanti, effetti speciali o fuochi d’artificio ad ogni nota, la musica, le lacrime e il sudore bastano e avanzano!
Menzione speciale per i ragazzi del fan club italiano della band che hanno organizzato e realizzato una coreografia magnifica in cui tutti noi siamo stati protagonisti.
Probabilmente senza di essa avremmo assistito ad uno show diverso.
Quindi grazie di cuore ragazzi per tutto!
Altro ringraziamento personale agli amici che ho trovato sul posto con i quali ho passato delle belle ore parlando delle nostre esperienze e del più e del meno.
Grazie per la compagnia a Francesca, Andrea, Lorena, Umberto, Cristina e Kikka… alla prossima!
Infine chiedo scusa a voi lettori se mi sono dilungato un po’ troppo, ma spero di essere riuscito a farvi tornare indietro con la memoria a quell’indimenticabile serata.
E se qualcuno vi chiederà, ci chiederà perchè siamo così fieri di poter dire “Io c’ero”, beh la risposta è quanto mai semplice: “Because We Can!”

Questo il messaggio che ha scritto Jon sulla pagina Facebook ufficiale e che campeggia (per ora) nella home del loro sito:
“To all of our friends in Milan,thanks for a night we will never forget. …THX JBJ”

Di seguito fotogallery e qualche video

Scaletta concerto Bon Jovi Milano 29 giugno 2013

That’s What the Water Made Me
You Give Love a Bad Name
Raise Your Hands
Runaway
Lost Highway
Born to Be My Baby
It’s My Life
Because We Can
What About Now
We Got It Goin’ On
Keep the Faith
Amen
In These Arms
Captain Crash & The Beauty Queen From Mars
We Weren’t Born To Follow
Who Says You Can’t Go Home
Rockin’ All Over The World (John Fogerty)
I’ll Sleep When I’m Dead
Bad Medicine
(encore)
Dry County
Someday I’ll Be Saturday Night
Love’s The Only Rule
Wanted Dead Or Alive
Undivided
Have A Nice Day
Livin’ On A Prayer

Never Say Goodbye (strofa+ritornello Jon solo, acustica)
Always
These Days
This Ain’t A Love Song







Tutto il concerto in HD

Grazie all’autore del video per averlo postato.
Le foto sono state scattate da me

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