L’altro Kenya

Sandro Chiozzi entra a far parte della nostra famigliola con questa splendida storia. Appassionato di fotografia e di viaggi, Sandro ci racconta, con parole e immagini, ciò che ha ammirato in Kenya, tenendosi a distanza dai classici luoghi per turisti…

Mamma A.

L’Africa ha mille voci, mille occhi. Farci un viaggio è perlomeno rischioso, non tanto per le cose che possono accadere, dato che nelle nostre evolute città non succede nulla di diverso, ma per la enorme quantità di pensieri che questo viaggio ti muove, e per le conseguenze che questi comportano. Il Kenya nonostante sia una meta diventata turistica regala comunque, appena si lascia la costa, l’odore e i colori e l’umanità che ti aspetti dall’Africa subsahariana.

Già l’arrivo all’aeroporto di Mombasa mette le cose in chiaro: la pista è asfaltata ed è una sola, il tragitto dall’aereo al terminal te lo fai a piedi, non ci sono i separé che dividono la zona degli arrivati da quella dove i ragazzi scaricano le valigie senza divisa, ma con le stesse magliette che portano da una vita. Non so come, ma già dal momento in cui salgo sul pullman che ci distribuirà nei vari villaggi non vedo l’ora di dividermi dai miei connazionali, che non fanno altro che parlare di piscine, di cocktail e di tv satellitare, tutte cose che non mi pare che in Italia manchino. Il tragitto Mombasa-Malindi dura un paio d’ore, in cui la guida del tour operator spiega come funziona la vita in Kenya, purtroppo parlando male dei beach boys, che sono i ragazzi che in spiaggia vendono di tutto, dagli oggetti d’artigianato alle escursioni. In realtà lavorano per delle agenzie, che fanno concorrenza ai tour operator, ma se la spieghi così ai turisti da piscina qualcuno ci crede e non ti porta via il lavoro nessuno.

Mombasa ci passa davanti in un continuo movimento di persone, mezzi di trasporto di ogni tipo (dai Matatu, piccoli autobus a 9 posti che contengono almeno una dozzina di persone, i Tuc-Tuc, cioè delle apecar cabinate con un divanetto sul cassone, le moto-taxi e i Boda-Boda, cioè le biciclette con sellino aggiuntivo), ragazzi che spingono carretti pieni di niente attraversando la strada con un istinto autoconservativo quantomeno discutibile e migliaia di persone ai lati della strada, in un’orgia di colori e di suoni che rendono questa umanità brulicante all’inverosimile, facendomi sembrare il traffico di Milano o di Roma come un quieto passare di grigie vetture. Alcuni, seduti ai lati della strada, o fuori da una casupola che sarebbe un bar, ci guardano quando ci fermiamo a far benzina, noi al fresco dell’aria condizionata coi nostri vestiti da piccoli esploratori e loro, nell’aria polverosa e umida, con i loro jeans logori e strappati e le magliette rosso polvere.

Viaggio con mia moglie, che fortunatamente la pensa esattamente come me. Il tempo di arrivare al villaggio (accuratamente selezionato perché è l’unico che non fa animazione) e di mettere giù le valigie e ci facciamo venire a prendere dalla nostra guida, una donna siciliana trasferitasi in Kenya da circa un decennio e che ha sposato un Masai. Ci porta a casa sua, ci racconta molte cose, come il fatto che Malindi è una zona che per chi fa un viaggio turistico è perfetta, ma per chi fa il viaggiatore non c’è molto. Bisognerà spostarsi, magari cominceremo con qualcosa di tranquillo. La sera usciamo a mangiare qualcosa, c’è qualche pizzeria, ma facciamo presente che noi non abbiamo problemi ad andare a mangiare in qualche posto africano se non ne hanno loro, così ci portano da Bahari. Bahari è una porta, con dentro 4 tavoli da sei persone, sedie tutte diverse, tavoli coperti con le tovaglie di plastica a fiorellini. Stupendo. C’è una griglia a carbone fuori, dove un ragazzo cucina una specie di spiedini strani, sono lunghi almeno venti centimetri e fa un fumo pazzesco, ma l’odore è a dir poco invitante. Sono dei quarti di pollo, passati in qualche salsa locale e cotti alla griglia. Ordiniamo, oltre al pollo, del riso e delle verdure. Mangiamo tutto con le mani -sì, anche il riso- e in questo c’è una ritualità strana: al primo boccone sorridi, già al terzo devi reimparare a mangiare. C’è anche la Coca Cola in vetro, quella nelle bottigliette da noi ormai introvabili. Il pollo è stupefacente, sa di pollo, come quello di mia nonna quando ero piccolo, non sa di polistirolo come quei cosi che compri in rosticceria. Tutto è pulito, ma non “igienisticamente paranoide” come ormai da noi, che guerreggiamo con tutti i batteri del Mondo e ci lamentiamo se i nostri figli sono senza sistema immunitario.

Oggi tra l’altro è il primo giorno di Ramadhan, quindi fino al tramonto nessun musulmano mangia, il che significa che dalle sei e mezza fino alle otto i ristoranti sono pieni zeppi.

Majungu

Il mattino successivo prendiamo una barca a motore e andiamo a Majungu, detta anche “Sardegna2”. Si tratta di un atollo, che a causa della marea che qui ha un dislivello di alcuni metri, resta scoperto per circa mezza giornata. Tutti i giorni partono barche cariche di turisti che vanno a  visitarlo, arrivati mangiano pesce ai ferri pescato durante il tragitto e poi ripartono. L’acqua è di una trasparenza che fatichi a credere che possa essere salata, e stelle marine grandi quanto un pallone da calcio stanno a poche centinaia di metri dalla riva. I venditori ti aspettano lì, in questo isolotto part-time microscopico, e quando arrivano i turisti ti saltano addosso, ma sempre educatamente. Gina mi mostra dei tessuti e una coppia di piccole statuette, e parliamo un po’. Lei ha due sorelle e due figli, ha quasi 45 anni ed è una donna dal viso dolce ma robusta, e mi dice che nessuno le chiede mai di lei e che a volte i turisti la prendono in giro. Quasi nessuno lo sa, ma in Kenya vendere oggetti senza licenza porta dritti alla galera, senza sconti, ma per vivere si rischia anche quello. Mentre si riparte quasi nessuno ci fa caso, ma i venditori, ragazzi giovani e donne, si accalcano su una canoa lunga pochi metri, che viaggia a pelo d’acqua. Quelli che non ci stanno devono tornare a bracciate, il che significa farsi un paio di chilometri a nuoto. Li vedo stringersi sulla canoa fino al limite della capienza e poi partire. La domanda “perché io sì e Gina no” mi tormenta fino a sera.

Durante il pomeriggio entro nella zona islamica di Malindi. Questa è una zona dove i turisti non vanno quasi mai, più che altro per la percezione che abbiamo noi dell’Islam, distorto dai telegiornali. Niente a che vedere con la parte occidentale della cittadina, che sembra una Rimini polverosa. Le strade sono talmente piccole che un’auto non passerebbe, sterrate, la polvere ti entra nei sandali ad ogni passo. Le case sono chiuse con delle tende colorate e appena i muri che hai di fianco finiscono vedi una moschea, un muro bianco, alcune donne coperte dalle vesti nere che ti guardano facendo finta di non guardarti. A Malindi, e in generale in Kenya, convivono tranquillamente varie religioni e non è un problema per nessuno in chi crede questo o quello, c’è anzi una forma di rispetto verso le usanze altrui tale che nelle scuole i bambini festeggiano il Natale anche se sono musulmani, e il Ramadhan anche se sono cattolici. In fin dei conti hanno risolto il problema decisamente meglio di noi.

Fuori da un negozio di sandali un Masai aspetta che il suo paio sia pronto. Ci salutiamo con un cenno del capo mentre passo. Poco più avanti un negozio di alimentari presenta delle montagnole di spezie sul bancone, da prendere al cucchiaio. Hanno colori che non ho mai visto in qualcosa di alimentare. Chiedo al proprietario se le posso fotografare, perché nella zona musulmana è sempre meglio chiedere prima, e mi sorride. Qualche metro dopo c’è un bar, dove un gruppo di Masai sta seduto prima di andare a fare lo spettacolo serale in qualche villaggio. Parlano nella loro lingua incomprensibile anche ai Kenyoti, il Maa, mentre bevono the caldo che per loro non è mai caldo abbastanza.

Che Shale

Decidiamo di fare le cose “quiete” subito, in modo da adattarci progressivamente all’idea del Safari, che faremo viaggiando per più di mille chilometri verso l’interno e ritorno, visitando due parchi, per un totale di quattro giorni, e così per il giorno dopo optiamo per Che Shale.

Si parte al mattino, sedendoci nel cassone di una jeep d’annata. La destinazione è Che Shale, una spiaggia chiazzata di pirite, lunghissima, larghissima e deserta, che arriva alla foce del fiume Sabaki. Andare ai 60 all’ora su una spiaggia dalla sabbia compatta, umida e a chiazze nere, mentre il vento caldo dell’equatore ti fa volare i capelli da tutte le parti è una sensazione di libertà che un europeo non può conoscere. Mi verrebbe voglia di urlare. Ora capisco perché i cani mettono fuori la testa dal finestrino quando sono in macchina. Ci sono dei ragazzi che camminano sulla spiagga da soli. Sono dei pescatori, quando la marea si ritira vanno nelle centinaia di pozzanghere a prendere pesciolini, molluschi, e in generale tutto quello che il mare deposita e che si può rivendere. C’è una bicicletta, una “mountain bike” appoggiata a un ramo sulla spiaggia che mi fa sorridere. Arriviamo alla foce del Sabaki, dove ci fermiamo. La sabbia è piena di una polvere ferrosa riflettente, che è pirite. C’è un gruppo di ippopotami che vive in quella zona di acqua salmastra, per quanto possa sembrare strano.  I ragazzi che ci accompagnano ci danno conferma di una notizia sentita dire il giorno prima, e cioè che un ippopotamo ha staccato la testa a un ragazzo del posto, probabilmente andato a prendere l’acqua. Sarà che noi abbiniamo l’iippopotamo ai pannolini, ma non ci rendiamo conto che è uno degli animali più pericolosi di tutto il continente. Ne vediamo uno che sta facendo il bagno in mare a una cinquantina di metri dalla riva. Un po’ mi viene da sorridere, un po’ meno quando uno dei ragazzi mi dice che se dà segno di voler tornare a riva è il caso di darsela a gambe e alla svelta. La jeep è circa duecento metri indietro, sulla spiaggia. Sembra lontanissima. Poi passiamo attraverso Mabrui, che è una cittadina islamica,e  alcune donne sedute a vendere qualcosa ai bordi della strada quando mi vedono con la macchina al collo provvedono a coprirsi il viso. Non vogliono essere fotografate,e  anche se non ne capisco bene il motivo mi adeguo. Ragazzini corrono dietro alla jeep. Mi torna in mente quando, da bambino, guardavo estasiato i grossi mezzi agricoli che passavano per la strada del mio paese.

Passiamo la giornata in spiaggia, non è esattamente il motivo per cui sono venuto qui, ma per un giorno posso anche adattarmi. Dopo un po’ che sono al sole corro a ripararmi, sento che mi sto scottando. Il sole equatoriale non ha molto a che vedere con il nostro…

La Malindi che non c’è

Malindi non è solo la cittadina turistica che si vede nelle cartoline, o quella islamica dominata dalla moschea. È anche un villaggio fatto di case di lamiera e di fango, di pozzanghere profonde trenta centimetri in mezzo alla strada, fatto di una signora anziana che sgrana col marito delle pannocchie secche e troppo chiare, fatto di donne che camminano con le taniche gialle dell’olio vegetale in testa, ora piene d’acqua, distribuita a pagamento. È fatto di decine di bambini che ti corrono dietro, che diventano cinque, dieci, cinquanta, e che ti seguono silenziosamente, per vedere cosa diavolo vorrà mai un bianco qui, dove i bianchi non ci vengono. Poco dopo ti perdi a giocare con loro, a rincorrerli e a farti rincorrere, tra le bancarelle che vendono banane e pomodori. Ci fermiamo in un piccolo negozio, compriamo delle caramelle, ma devono essere abbastanza per tutti, perché non bisogna fare differenze tra i bambini. Le compriamo tutte e non se ne parla più. I bimbi si mettono in fila e ognuno ne prende una, c’è chi la mangia subito, chi la conserva, chi la esibisce come fosse un trofeo. Penso ai bambini del mio paese, si dimostrerebbero non interessati, e quelli che lo fossero si spintonerebbero e si insulterebbero per arrivare prima, fare due giri e spergiurare che non erano loro quelli di prima. Ovviamente non potrebbe mancare il pianto isterico perché a 5 anni hanno il cellulare scarico. I bimbi sono felicissimi, giocano a rincorrersi, ci scortano e sono estremamente incuriositi da noi, dalla mia macchina fotografica e si accalcano per vedere nello schermo le loro facce ferme di un secondo prima. Il rientro al villaggio è quasi uno schiaffo. Per fare un ricco ci vuole un povero, ma due sono meglio.

Gede

La città delle scimmie. Una antica città portuale islamica, colonizzata dalle scimmie dopo essere stata abbandonata, è diventata un’attrazione turistica per i tanti che viaggiano in Kenya. Prima di entrare compriamo delle banane, l’errore più grave è mangiarne una. Sono verdi, piccole, ma sono di zucchero. Al ritorno in Italia ho dato un morso a una banana, l’ho masticata, l’ho ingoiata e ho buttato via il resto. Ora so cos’è una banana vera. La cittadina è davvero molto interessante, sia dal punto di vista archeologico che da quello naturalistico, l’unica cosa è cercare di ricordarsi di non tenere le banane troppo in vista, o le scimmiette se le verranno a prendere.

Safari

Si va verso l’interno, per arrivare nella zona di Amboseli ci aspettano circa 10/12 ore di macchina, anche se le previsioni sui tempi sono piuttosto imprecise, perché variano molto a seconda delle condizioni delle strade. Fino a Mombasa non c’è problema, l’asfalto scivola veloce e anche subito dopo, quando abbandoniamo la strada vera e propria per una pista sterrata manteniamo un’ottima andatura, intorno ai 60 km/h. La savana intorno è esattamente come te l’aspetti, anche se non ci avevi sperato che fosse davvero così: arancio-marrone, pietrosa, cespugliosa e con le acacie che sembrano stare lì apposta per essere guardate. Lasciamo la pista principale in direzione del villaggio Masai di Njukini, zona nativa del marito della nostra guida. Le pietre diventano polvere, lo stradello si restringe e il fatto che ci stiano lavorando per compattarlo costringe ad alcune deviazioni fuori pista. Il Nissan sbanda, si inclina, sobbalza, e quando le ruote finiscono nelle buche ricoperte dalla sabbia solleviamo nuvoloni di polvere grigio-rossa. Polvere maledetta, ha la consistenza del borotalco e si infila ovunque, anche coi finestrini chiusi, ci colora i vestiti e le facce. Sono sette ore che siamo in furgone, il sentiero si infila tra gli alberi, in bocca il gusto arido dell’Africa. Arriviamo finalmente al villaggio, dove come sempre veniamo accolti con gentilezza. I bambini piangono, i più piccoli non hanno mai visto un bianco e ne sono un po’ spaventati. Le donne vestono di colori fortissimi, quasi abbaglianti, sono bellissime e fiere. Il villaggio è circondato da un muro fatto di sterpi, che tiene lontani gli animali dal bestiame, vero patrimonio dei Masai.

Nel fotografarli a volte mi sento a disagio, ho sempre l’impressione rubar loro qualcosa, di invadere il loro mondo, o peggio ancora di non mostrargli rispetto, quindi limito gli scatti al minimo indispensabile, nonostante loro non diano segno che la cosa li infastidisce. Ripartiamo, e intorno alle 4 del pomeriggio arriviamo finalmente a Loitoktok, un centro abitato alle pendici del Kilimangiaro. Dopo aver preso le stanze nella locanda della cittadina, andiamo a farci un giro. Non inganni il fatto di essere in un centro abitato, ogni volta che i nostri piedi toccano il suolo affondano in 5 centimetri di farina marrone, che è anche il colore che ci ricopre. Mangiamo carne, verdure e Chapati, praticamente il cibo nazionale. Il ritorno alla locanda è immerso in una notte nera come non l’ho mai vista prima.

Il mattino dopo il cielo è terso, pulito. Davanti a noi che sembra di poterlo toccare allungando una mano c’è il Kilimangiaro, un massiccio alto quasi seimila metri piantato nel mezzo della pianura infinita. È raro vederlo completamente, dalle radici fino alla cima bianca. Partiamo e dopo un’oretta siamo ad Amboseli, un parco non immenso, ma nel quale sembra di essere proiettati direttamente dentro al National Geographic. Il paesaggio cambia ogni pochi chilometri, passando dalla classica savana al deserto di pietre, poi alla palude recintata dalle palme, il tutto repentinamente. In lontananza si muovono tantissimi piccoli tornado, mulinelli d’aria che sollevano la polvere e che si alzano in cielo per diverse decine di metri. Ad Amboseli c’è una grandissima quantità di animali, che in questo periodo sono molto attivi, visto che devono andare a cercare l’acqua che è pochissima, poiché la stagione delle piogge quest’anno è stata breve e povera d’acqua. Ai lati della strada zebre e gazzelle morte sulle quali banchettano gli avvoltoi, poco più distante una mandria di gnu pascola la poca erba rimasta. Dietro di loro l’immenso Kilimangiaro. Alcune zebre si riposano, appoggiando la testa sul dorso di una compagna e viceversa, per controllare tutte le direzioni possibili. Lontano, avanti a noi un’elefante femmina con cucciolo (grande quanto il furgone) camminano lentissimi eppure non lo sono così tanto. Un aereo militare passa sopra di loro e la madre sventola le orecchie, sbatte la proboscide e pesta le zampe, sollevando una nuvola di polvere. Vanno verso una pozza d’acqua, che la guida mi indica ad est. Non la vedo, ma è circondata da una vegetazione verdissima, a testimonianza dell’enorme potenzialità che avrebbe questa terra se ci fosse acqua. Vicino a noi una giraffa ci attraversa la strada velocemente e si dirige verso un’appetitosa acacia, con la sua andatura dinoccolata.

Più tardi avvistiamo una leonessa sotto un albero, parecchio distante, sembra dormire sotto un’acacia. Si alza, e in un attimo mille figure balzano via dall’erba alta non distante: sono gazzelle, ed è stato sufficiente che lei si alzasse per far scattare l’allarme.

Pochi chilometri prima di arrivare al villaggio dei Masai che vivevano lì prima che Amboseli diventasse un parco, un gigantesco elefante maschio sbuca dalla nostra destra, intenzionato ad attraversare la pista. Cerchiamo di farcelo passare alle spalle, visto che in caso si metta male non è consigliabile scappare in retromarcia, e questo mostruoso esemplare passa a meno di dieci metri da noi. È alto una volta e mezza il Nissan, con la sola proboscide potrebbe ribaltare il furgone impiegando la stessa energia che ci metterei io a spostare un vaso di gerani. La sensazione di meraviglia e di impotenza che ci prende è incredibile. Si ferma, ci guarda, se ne va. Al villaggio veniamo accolti con molta gentilezza e veniamo invitati ad entrare in una capanna. Dentro è buio pesto per un europeo, mentre loro sembrano destreggiarsi benissimo.

Andiamo a mangiare al ristorante dove vanno di solito gli autisti, mangiamo benissimo e il ristorante è circondato da decine di babbuini, che strappano dalla terra le radici. Nel pomeriggio passiamo di fianco a una zona di canneti, l’autista rallenta, ci fa segno di stare fermi. Non vediamo niente, finchè un grosso leone maschio e anziano sbuca dai cespugli alla nostra sinistra, intenzionato ad entrare in quelli alla destra della pista. È un maschio, piuttosto anziano, la criniera è quasi un ricordo, sul muso i segni di qualche battaglia. Le zampe anteriori sono enormi, la muscolatura si muove sotto la pelle a testimonianza di una maturità non ancora diventata vecchiaia. Passa un paio di metri davanti a noi, dopodichè si ferma, si guarda alle spalle, guarda noi con aria quasi scocciata, di sufficienza. Poi si volta e scompare nella macchia, lasciandoci li a fissare il canneto, col fiato in gola che non sale e non scende.

Siamo particolarmente fortunati, anche se ad Amboseli la quantità di animali è davvero molto elevata, riusciamo a vedere qualcosa di piuttosto raro: un ippopotamo quasi completamente fuori dall’acqua. Ormai è il tramonto e Amboseli cambia faccia, il vento è fortissimo e spazza la pianura, spostando tonnellate di polvere. Torniamo alle tende che è notte e passiamo in mezzo a un gruppo di elefanti, tra cui una madre con un cucciolo che quasi ci carica. Alle tende accendiamo il fuoco e restiamo seduti, in mezzo alla Savana, nel vento che porta i suoni di lotte lontane. Ci stendiamo, e per tutta la notte resto ad ascoltare il vento, un lontano barrito, un mugghiare distante. Intorno alle 4 del mattino mi sveglio, un rumore stridulo arriva da appena fuori la tenda. Alcune iene sono venute a fare un giro probabilmente attratte dalla speranza di qualche avanzo.

Alle 6 è completamente buio, esco dalla tenda e aspetto, verso est un tenue bagliore schiarisce il cielo facendolo passare dal nero al blu scuro, al porpora, all’arancio. Poi il disco solare sale a una velocità incredibile, e in meno di tre minuti tutto è luce, erba che danza nel vento, cielo altissimo e azzurro.

Riprendiamo il furgone e ci dirigiamo verso la costa, verso lo Tsavo, uno dei parchi più famosi d’Africa.

La strada Nairobi-Mombasa che prendiamo poco dopo somiglia moltissimo a una nostra statale, è asfaltata, piatta, veloce e silenziosa: in una parola noiosa. Posti di blocco intervallano il percorso. Arriviamo a Voi, che è una cittadina in cui c’è uno degli ingressi. Troviamo un piccolo albergo per la notte e intorno alle quattro del pomeriggio entriamo a Tsavo Est. La terra è rossa come quella di un campo da tennis, il panorama è completamente diverso da quello di Amboseli. I cespugli fitti consentono una visibilità quasi mai superiore ai trenta o quaranta metri dalla strada, ma la sensazione che ci sia una vita nascosta li dietro è palpabile. Avvistiamo elefanti, tantissimi elefanti, Dik-Dik, Kudu minori, Waterbuck, oltre alle immancabili gazzelle di Grant e Thompson, fino a un tramonto in cui i raggi del sole sembrano le dita di Dio(34).

L’alba dello Tsavo è l’alba dei documentari della National Geographic. Uno spettacolo rosso intenso, col sole che sembra talmente vicino e grande che hai quasi l’impressione che possa squagliare le lamiere che sormontano le capanne.

Entriamo al parco che non sono ancora le sette, fa fresco nonostante il periodo e la zona, è piacevole girare con la cappotta del Nissan aperta e il vento che ci prende a sberle. Attraverseremo completamente il parco da parte a parte, e usciremo da dove generlamente si entra. L’autista esce spesso dalla pista principale e prende delle stradine laterali che si tuffano dentro la boscaglia. Risaliamo il letto di un fiume completamente asciutto: nei rarissimi punti in cui l’acqua ancora scorre il verde è brillante e colpisce lo sguardo. Purtroppo le precipitazioni sono state scarsissime nell’ultima stagione delle piogge, e il fiume è diventato una pista per gli elefanti. Risalendolo arriviamo a una zona dove ci sono delle cascate. Quando arriviamo siamo soli, alla nostra sinistra un gruppo di una decina di ippopotami sta nell’acqua e presidia il fiume, poco più a valle alcuni coccodrilli stazionano, ma non si avvicinano agli ippopotami, che sono in grado di ucciderli. Le cascate sono veloci, c’è un’intera pianura di scura roccia levigata. Ci spostiamo ridiscendendo il fiume, avvistiamo molti animali e molti movimenti tra i cespugli, a un certo punto ci troviamo una splendida leonessa dall’altra parte del letto del fiume. Ci fermiamo, lei ci osserva, ci siamo solo noi sulla strada sterrata. Tra noi e lei c’è il letto asciutto di un canale, la distanza tra noi è circa di 30 metri, è una bellissima leonessa, probabilmente mamma da poco a giudicare dalle mammelle. Lei cammina seguendo la riva, noi facciamo la stessa cosa dalla parte opposta. Quando lei si ferma, noi ci fermiamo, quando riparte noi le stiamo dietro col motore al minimo, a volte lei si ferma e ci spia da dietro dei cespugli. Ho l’impressione che vorrebbe attraversare il letto del fiume, ma che avendo i cuccioli sia più prudente del solito. Dopo poco si gira e va verso l’interno, dove i nostri occhi non la possono seguire. Ormai è quasi l’ora di uscire dal parco, ma abbiamo forse la più bella sorpresa della giornata: dietro un terrapieno si nascondeva un famiglia di 5 ghepardi, che, probabilmente spaventati dal passaggio veloce del Nissan, scappano dalla parte opposta rispetto alla strada. Non li avremmo mai visti se fossero rimasti fermi, ma con la coda dell’occhio li vediamo e ci arrestiamo subito. Sono due adulti e tre giovani. Hanno rallentato e si sono fermati a circa 80 metri dal furgone, 3 se ne stanno sotto un albero, uno vaga intorno a controllare la zona e l’ultimo è nascosto sotto un cespuglio a una quarantina di metri dagli altri. Tutti ci osservano fissamente, noi restiamo immobili per non spaventarli. Dopo qualche minuto due dei giovani che stavano seduti sotto l’albero si rincorrono sollevando un polverone. È impressionante la velocità con cui passano dalla stasi sonnolenta al gioco che li vede girare intorno all’albero cercando di acchiapparsi reciprocamente la coda.

Usciamo dal parco e torniamo verso Malindi, dopo quattro giorni. Un consiglio: fate tanto Safari, perché il viaggio lontano dal turismo e verso l’interno africano è qualcosa che non si dimentica.

Mida Creek

Mida Creek è abbastanza vicino a Malindi, fortunatamente non è una zona molto frequentata dai turisti nonostante sia piuttosto vicino a Watamu, e questo lo rende ancora più invitante. Questo luogo è invece molto conosciuto dagli ornitologi, che vengono a studiare le abitudini degli uccelli migratori, che fanno tappa fissa qui. Ci sono dei ragazzi che si prendono cura del posto. Per arrivare alla spiaggia si passa su un ponte sospeso, fatto di assi, di corde e qualche cavo d’acciaio. Alla fine si arriva alla spiaggia, che è straordinariamente lunga se c’è la bassa marea, e un solo braccio di mare di circa un chilometro divide la spiaggia da un’isola. Saliamo su delle canoe ricavate da tronchi cavi e in una mezz’ora siamo sull’isola. Le mangrovie sono stupefacenti, fittissime, verdissime. La luce non filtra sotto i mille rami intrecciati. A volte un uccello parte dalla boscaglia e ci sorvola. Le canoe entrano nelle strade d’acqua profonda pochi centimetri e intorno a noi migliaia di granchi violinisti multicolore disegnano archi con la grande chela, per difendere il territorio e richiamare le femmine.

Ci portano all’interno dell’isola, c’è un villaggio dove i locali ci invitano a sedere con loro e a mangiare il cocco che sono appena saliti a staccare. È incredibile vedere questi ragazzi che salgono per venti metri sulle palme per raccogliere il cocco. Intorno al villaggio ci sono dei microscopici campi di granturco, le piante salgono una qua e una là e sono secche, asfittiche, le pannocchie minuscole e di un giallo slavato. Tutti nel villaggio mangiano il cocco, persone, cani, gatti, polli. Chiunque. Quando torniamo verso le canoe, la nostra guida, un masai, si fora la pelle con una spina e lascia cadere una goccia di sangue a terra. Lo guardo incuriosito, e quando gli chiedo il motivo di quel gesto mi spiega che la tribù che siamo appena andati a trovare porta sfortuna, e che bisogna lasciare una goccia di sangue in terra perchè non accada niente. Sono un po’ stranito, ma è molto serio quando mi spiega di questa cosa. Mentre torniamo ci dirigiamo deliberatamente con la canoa verso un gruppo di fenicotteri, che decollano tutti insieme e riempiono il cielo sopra di noi.

Marafa

La Cucina del Diavolo è esattamente come te l’aspetti. Un canyon arido, sprofondato decine di metri sotto il livello del terreno che lo circonda, rossastro, pietroso.

Ci si impiega circa un’ora da Malindi, di cui una ventina di minuti su asfalto. Appena arrivati un ragazzo gentilissimo si offre di farci da guida, e accettiamo volentieri. Scendiamo per un sentiero che ci farà fare il giro di tutto il canyon. Sorprendono i colori decisi eppure tenui di questa terra, sorprende vedere dove sono cresciuti certi arbusti, a testimonianza della forza delle forme di vita che si fanno bastare poco più di niente per sopravvivere.

Purtroppo l’escursione è stata funestata dall’inquietante presenza di alcuni Italiani che, nonostante vengano in Kenya da anni, non hanno ancora imparato a rispettare i locali (come se l’Italia fosse un modello di virtù e di ordine), ma si sa, di cretini è pieno il mondo e la Provvidenza non perde occasione di ricordarcelo.

In alcuni punti sono state fatte delle croci e delle scritte di carattere cristiano allineando dei sassi, addirittura in un punto in cui è appesa una croce alla roccia vengono abitualmente celebrate delle messe nel periodo natalizio, a testimonianza di quanto sia radicato anche qui il credo cattolico e di quanto sia variabile il concetto di “uso improprio”.

Il percorso termina con una salita ripida e stretta, dopo la quale ci si trova in alto, ad ammirare gli strati e i colori violenti del canyon.

Una donna passa e appoggia un carico di legna che stava trasportando sulla testa. Ho grosse difficoltà a sollevarlo, non capisco come faccia a portarlo per chissà quanto.

Il sole sta per scendere e ci sediamo su una panchina di legno ad osservare i colori delle rocce che mutano nei riflessi, si fanno arancioni, poi rossi, infine grigiastri.

Il tramonto all’equatore è decisamente molto più veloce di quanto siamo abituati a vedere alle nostre latitudini e si resta così, quasi sorpresi che improvvisamente stia arrivando la notte.

Ritorno

Parte integrante di ogni viaggio è il ritorno, con il carico di ricordi, esperienze, nostalgie che esso comporta. Quando si scende dall’aereo si ritrova il caos abitudinario delle code al casello, il rumore squillante di qualche bambino viziato che all’aeroporto piange perché vuole qualcosa, gli oggetti che conosciamo, quello strano senso di fretta continua che abbiamo costantemente e che dovrebbe permetterci di risparmiare tempo. Parlando con un masai in un villaggio, mi disse:

“Voi avete gli orologi. Noi abbiamo il tempo”.

Sandro Chiozzi

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2 Responses

  1. Dario says:

    bellissimo reportage e soprattutto bellissime foto.
    complimenti!

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