Recensione: “A Serious Man”

Locandina A Serious Man L’analisi dell’ultimo film di Joel ed Ethan Coen, a cura di braxio.

Dopo il deludente “Burn After Reading“, i fratelli Coen tornano con un apologo collocato nel Midwest della loro gioventù, per narrare le vicende, tragiche ma esilaranti, di un professore di fisica ebreo, Larry Gopnik (Michael Stuhlbarg), moderno e sventurato Giobbe alla continua ricerca di una sola risposta alla domanda: perché Ashem (termine che significa “Il Nome”, usato dagli ebrei per indicare Dio) mi sta facendo crollare il mondo addosso?

Gopnik è, in buona sostanza, un inetto, ingenuo e completamente assorbito dall’insegnamento, che vede all’improvviso la sua vita scivolare verso il disastro. Sua moglie Judith (Sari Lennick) vuole divorziare per risposarsi con un amico di Larry, fraternamente ipocrita; suo figlio tredicenne fuma erba e ascolta i Jefferson Airplane in classe; sua figlia si lava continuamente i capelli e si lamenta del fatto che il fratello di Gopkin, Arthur (Richard Kind), malato, nevrotico e dedito al gioco illegale, occupa perennemente il bagno; un suo studente coreano tenta di corromperlo per ottenere la sufficienza; il suo vicino di casa goym (non ebreo) sconfina col tagliaerba nel suo prato e si pone, in modo aggressivo, a contrastare le sue rimostranze; la sua cattedra è in bilico. E molto altro.

Michael Stuhlbarg Gopkin si pone alla ricerca di una spiegazione religioso-metafisica ai suoi problemi: consulta invano due rabbini, non viene ammesso alla presenza del terzo (il più saggio) si rivolge ad un avvocato per il divorzio e per la questione del vicino di casa, si infatua di una fascinosa vicina, viene diffidato dal padre dello studente che lo minaccia di diffamazione, eccetera. Non ci sono risposte, Ashem non ne deve a nessuno. Giobbe lo sapeva, Gopnik no. Giobbe fu ricompensato delle prove continue cui Satana lo sottopose ed anche a Gopnik sembra, di punto in bianco, che le cose volgano a suo favore. Sembra.

Filmato in una splendida e fredda fotografia, A Serious Man è una black comedy sul mistero che avvolge la vita, non solo di Gopnik e degli altri ebrei della comunità cui appartiene, ma, in definitiva, di tutti gli uomini. Alle nostre domande non c’è risposta.
Nel prologo, spiazzante e stupefacente, ambientato in casa di due ebrei europei, credo in Polonia, e sottotitolato dall’yiddish originale, una coppia attende in casa la visita di un vecchio amico di lui. La moglie sostiene che quell’uomo è morto due anni prima, l’uomo non le crede. L’amico arriva e la donna, che è sicura che si tratti di un dybbuk (spirito di un morto che s’impossessa del corpo di un vivente), lo pugnala; l’uomo, col pugnale nel petto, si alza e se ne va.

I fratelli Coen È un dybbuk? È un uomo normale? Lo spettatore viene lasciato nel dubbio. L’incertezza domina l’esistenza ed assume un sapore metafisico e filosofico. Viene in mente un passaggio di “Essere e Tempo”, di Martin Heidegger: l’uomo, in quanto gettato nel mondo, si trova nella condizione “innata” di proiettarsi in avanti (nel tempo) attraverso progetti. Gopkin ha seriamente progettato e organizzato la sua vita per non avere sorprese, a casa e sul lavoro; gli accadimenti lo trovano del tutto impreparato; da essere razionale, cerca spiegazioni e non ne trova, dato che fortuna e sfortuna sfuggono a qualsiasi nesso causale.

In tutto ciò rintracciamo un discorso universale, certo, ma, al contempo, e credo consapevolmente, i Coen ci illustrano le radici religiose e antropologiche dell’umorismo ebraico e della sua tragicità di fondo: Ashem, o chi per lui, ci ha gettati nel mondo, in pasto ad accadimenti imponderabili per i quali non c’è risposta; né, al contrario di ciò in cui credono, ad esempio, i cristiani, salvezza. Per cui, non ci resta che sorridere. Amaramente, dato che siamo soli a fronteggiare il destino.

Voto: 8,5/10

braxio

Locandina e immagini sono tratte dalla rete

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1 Response

  1. claudio bernola says:

    il non senso del film è icona del non senso (“logico”) della vita. Come il libro di Giobbe a cui l’opera si ispira, anche questo film è un invito a superare la “Ratio” per accedere in quella non-logica dove, continuando a non ricevere risposte (altrimenti si rientrerebbe nella logica), si ottiene però l’intuizione dell’improponibilità della domanda circa il “perchè?”della sofferenza inevitabile nella vita. zen ed ebraismo qui si incontrano

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