Bruce Springsteen live @ Roma, 19 Luglio 2009

Bruce Springsteen Ogni concerto di Springsteen è un rito.
Ci sono i fans sempre in delirio, c’è la Telecaster, c’è il sudore, c’è la (buona) musica, c’è la fratellanza della E Street Band e c’è l’officiante, Springsteen appunto. Questi fattori si mescolano e si intrecciano ogni sera, arricchendo ogni volta di un nuovo capitolo la liturgia del Rock ‘n’ Roll. La Cerimonia termina sempre e solo quando l’osmosi tra l’Officiante ed il suo pubblico è totale e lo spettatore ha raggiunto l’inevitabile purificazione. Le diverse tappe di questo percorso catartico sono imposte dal Boss con ritmo implacabile, a suon di schitarrate e di note arrochite ed arricchite dalla sua voce sempre potente.

Le emozioni e le suggestioni suscitate da Springsteen nel suo primo concerto in Italia per il tour 2009 (Roma, 19 luglio) non hanno quindi deluso né gli oltre 40 mila spettatori che gremivano lo Stadio Olimpico, né me, che per la sesta volta mi apprestavo ad essere ‘battezzato’ dal Boss.

Preludio all’ingresso in scena di Springsteen è stato (come nel 2003 a San Siro, sotto il Secondo Diluvio Universale) il brano “C’era una volta il West“, di Ennio Morricone, compositore che tanto ha influenzato la musica springsteeniana. Ma poi si è partiti subito a 100 all’ora, come l’auto truccata di Racing in the Street: Badlands, Out in the street, Outlaw Pete, No surrender, She’s the one… Cinque scariche di adrenalina pura dalla ineguagliabile potenza. Si è avvertito subito che sia Bruce sia la band erano particolarmente carichi. Poi, è stata la volta della title-track dell’ultimo album (Working on a dream): l’esecuzione ha reso il giusto onore ad un pezzo che nel disco suona un po’ troppo ‘pop’ per i canoni springsteeniani. Il brano è infatti suonato più ruvido e muscoloso, nonché arricchito da un breve discorso pronunciato dal Boss con italiano incerto: “È bello essere nella città più bella del mondo. Siamo venuti da mille miglia per mantenere la nostra solenne promessa. Stasera costruiamo una casa, una casa di musica, di spirito e rumore. Noi portiamo la musica. Abbiamo bisogno che Roma porti il rumore”.

Subito dopo è venuta la “Trilogia della Depressione”. Da sempre attento all’attualità, soprattutto quando scomoda e portatrice di disagio sociale, Springsteen ha affrontato il tema della ‘crisi’ che sta sconvolgendo la vita di tante (troppe) famiglie, da ambo i lati dell’oceano. E lo ha fatto a modo suo, raccontando storie di perdenti, finiti in galera per debiti che non possono più pagare (Johnny 99), costretti a dormire nella propria macchina perchè hanno perso la casa (Seeds) o a giocare l’ultima carta della Fortuna ad Atlantic City, la Las Vegas degli sfigati, dove “everything dies, baby, that’s a fact”. Le tre canzoni, potenti e suggestive anche perché spesso riviste negli arrangiamenti rispetto agli originali, riassumono perfettamente lo stato di una società che perde pezzi, uno dopo l’altro, ma non riesce più a fermarsi, lanciata com’è in una corsa forsennata verso non si sa bene cosa.

Il pubblico del \'Boss\'

Ma guai piangersi addosso: un caposaldo della retorica springsteeniana è che se pure un sogno non si può avverare, non bisogna mai rinunciare alla speranza, perché solo inseguendo i propri sogni si può andare (tirare) avanti. Così è venuto il tempo della spensieratezza con Raise Your Hand, Hungry Heart, Pink Cadillac, I’m on Fire, Surprise, Surprise. Questi ultimi tre pezzi sono stati eseguiti su richiesta del pubblico: già dal “Magic Tour” dello scorso anno, il Boss ha esasperato ancor di più l’interazione con il pubblico: ognuno si porti cartelli o striscioni e faccia la sua richiesta… e più si mette in difficoltà lui e la band, meglio è!!!

Ovviamente non potevano mancare alcuni grandi classici: Prove It All Night, con un assolo alla chitarra di Nils Lofgren che ha steso tutto lo stadio per la sua poderosità; Waitin’ on a Sunny Day, con la simpatica gag di un bimbo di pochi anni chiamato sul palco a duettare con Springsteen; la epica e intramontabile The Promised Land.
L’esecuzione di American Skin ha quindi lasciato tutti di sasso: nessuno l’avrebbe messa tra le papabili per il concerto di Roma. Ma il Boss ama spiazzare e, visto il suo sterminato repertorio, gli è anche fin troppo facile… Questo brano, scritto 10 anni fa per commemorare l’uccisione ingiustificata di un ragazzo nero, colpito da 41 colpi di pistola esplosa dagli agenti della Polizia di New York, suona incazzato e struggente al tempo stesso, come un pugno dato al muro per la frustrazione.
Il set si è poi concluso con un trittico di rara potenza ed efficacia, nel quale il Boss e la E-Street Band hanno dimostrato ancora una volta (non che ce ne fosse il bisogno) perché l’energia che riescono a trasmettere nelle esecuzioni live è unica al mondo. Lonesome Day, The Rising e Born to Run hanno lasciato senza fiato, sconvolti ed appagati, tutti gli spettatori.

Bruce Springsteen Springsteen non ama le pause, gli piace troppo suonare… così i bis sono arrivati senza soluzione di continuità. Il set è stato aperto da “My City Of Ruins“, canzone scritta per il decadimento della sua città natale (Freehold) e qui dedicata alla tragedia de L’Aquila. È stato poi il turno di Thunder Road, forse il brano più amato dagli springsteeniani, seguita a ruota da You Can’t Sit Down (cover dei The Dovells).
Non poteva ovviamente mancare “American Land“, inno alla multietnicità e all’unicità degli Stati Uniti: sorpresona è stata l’ingresso sul palco di Adele Zirilli, madre del Boss e italiana di origine. L’arzilla ottantenne si è lanciata nel ballo insieme al resto della ciurma, mente Springsteen presentava al pubblico tutti i suoi amici di una vita, ancor prima che membri della band:

Charlie Giordano – tastiere (che ha sostituito il compianto Danny Federici)
Garry Tallent – basso
Clarence “Big Man” Clemons – sassofono
Max Weinberg – batteria
Roy Bittan – pianoforte
Steven Van Zandt – chitarra e mandolino
Nils Lofgren – chitarra, pedal steel guitar
Soozie Tyrell – violino

Le ultime scariche di adrenalina sono state regalate al pubblico da Bobby Jean, ineguagliabile inno all’amicizia, Dancing in the Dark e Twist & Shout, tirate fino alla fine, fino all’ultima goccia di sudore.
E poi tutto è finito così come era cominciato, con le struggenti note di “C’era una volta il West” a riempire l’aria dell’Olimpico satura di elettricità.

“Ci sono 2 tipi di persone: quelli che amano Springsteen e quelli che non l’hanno mai visto suonare dal vivo”. Ogni volta che termina un concerto del Boss mi viene in mente questa frase, scritta dal giornalista Larry Katz più di 30 anni fa. E mentre un pizzico di malinconia mi pervade il cuore, mi ripeto che è vera, è tremendamente vera.
Mi sono incamminato verso l’uscita abbracciato alla mia ragazza: non sentivo più le gambe, più le braccia, più la testa. Mi sembrava di vedere il mondo dall’alto, come se l’involucro del mio corpo fosse stato sublimato. Così mi sono reso conto di essere stato purificato, ancora una volta battezzato dalla musica e dalla energia di Bruce Springsteen e dei suoi fidi compagni (la E Street Band). Speriamo che duri, almeno fino al prossimo concerto!!!

One sunny mornin’ we’ll rise I know
And I’ll meet you further on up the road.

SETLIST:
1. Once Upon a Time in the West
2. Badlands
3. Out in the Street
4. Outlaw Pete
5. No Surrender
6. She’s the One
7. Working on a Dream
8. Seeds
9. Johnny 99
10. Atlantic City
11. Raise Your Hand
12. Hungry Heart
13. Pink Cadillac
14. I’m on Fire
15. Surprise, Surprise
16. Prove It All Night
17. Waitin’ on a Sunny Day
18. The Promised Land
19. American Skin (41 Shots)
20. Lonesome Day
21. The Rising
22. Born to Run
23. My City Of Ruins
24. Thunder Road
25. You Can’t Sit Down
26. American Land
27. Bobby Jean
28. Dancing In The Dark
29. Twist & Shout

Le foto sono tratte dalla gallery di corriere.it. Nell’ordine: copyright EPA, fotografo Max Pucciariello, copyright ANSA.

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2 Responses

  1. Andrea says:

    C’ero, ero sul prato, a pochissimi metri dal palco, è un’esperienza unica, un concerto del Boss ti fa sentire felice di essere vivo…il più bel concerto della mia vita…

  2. Manlio says:

    C’ero anch’io, non potevo non esserci. A Roma, nella mia città, ben 23 anni dopo il mio primo concerto del Boss al Flaminio, ai tempi del tour per Tunnel of love. Ed ero con la mia ex di allora, che nel tempo sono riuscito a far diventare una springsteeniana accanita, grazie anche a quel concerto…Incredibile, ritrovare il Boss in forma splendida, una voce che più passa il tempo e più fa venire i brividi, una E-Street Band che conserva il suo splendido affiatamento, pur con l’aggiunta di nuovi elementi…
    Che altro dire? Anche raccontando magnificamente, come hai fatto tu, un concerto di Bruce, nessuno che non ci sia mai stato potrà capire mai cosa si prova. Se Jon Landau disse un giorno di 35 anni: “Ho visto il futuro del rock’n’roll e il suo nome è Bruce Springsteen”, finché il Boss continuerà a cantare e suonare così il rock’n’roll ha futuro…

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