Charles Baudelaire: le poèt maudit

Un esordio ed un ritorno sulle pagine di BE! Magazine: esordisce la poesia, con un articolo dedicato ad un artista controverso, ma sempre di grande attualità, il cosiddetto “poeta maledetto” Charles Baudelaire; per parlarci di lui, torna Nicola Celentano, già ospitato su queste pagine diversi mesi fa. Vi lascio al suo contributo…

Nato a Parigi nel 1821, suo padre morì quando lui aveva 6 anni. Charles Baudelaire godette per un felice e breve periodo di tutte le tenerezze della madre, ma quando lei si risposò con un ufficiale, lui si sentì tradito. Con la maggiore età entrò in possesso dell’eredità paterna, che però dimezzo in pochi anni con il suo tenore di vita; il patrigno lo mise sotto la custodia di un notaio, dal quale aveva un modesto stipendio mensile. Cominciò a lavorare come giornalista e critico d’arte e musica. Nel 1848 partecipò alla rivoluzione parigina. Si dedica poi alla vita elegante e dispendiosa del dandy (uomo dai gusti raffinati ed eccentrici che, disgustato dalla mediocrità della vita comune, tenta di attuare il progetto di una vita al di là della morale comune, fondata sul culto dell’apparenza e dell’Estetismo) vivendo in un lussuoso appartamento con l’attrice Jeanne Duval, alla quale rimarrà legato per tutta la vita. Incalzato da debiti e usurai, si rifugia nella squallida vita della metropoli, cercando di evadere dai suoi problemi attraverso l’alcol e la droga. Avverte però il bisogno di riscattarsi, di vivere una vita ordinata e normale. Nel 1857, pubblica “I Fiori del Male”, la raccolta di poesie che segna la definitiva rottura con la tradizione e inaugura la lirica moderna. L’opera fu censurata per oscenità e oltraggio alla morale. Nel 1863 pubblica l’altra raccolta di poesie “Spleen di Parigi”. Colpito da una paralisi, muore nel 1867.

Lo spleen è una forma particolare di disagio esistenziale, che si traduce – a livello espressivo – in una fertile creatività poetica, capace di oggettivizzare le sensazioni e gli stati d’animo in numerose immagini visionarie, prodotte dall’inconscio baudeleriano. Lo spleen è una particolare caratterizzazione dell’inettitudine, che indubbiamente include elementi di debolezza psicologica e di mancato adeguamento al reale, ma che – a differenza della noia leopardiana – non produce argomentazione e pensiero, riflessività sulla condizione umana, ma si gioca tutta a livello artistico nella resa espressionistica degli effetti devastanti, allucinatori dell’angoscia esistenziale.

L’eroe decadente si chiude infatti sempre più in sé stesso, cercando di ascoltare quelle voci interiori e quelle folgorazioni che lo portavano a trovare le famose “correspondances”, cioè le corrispondenze che collegano in modo misterioso tutte le cose. Tali corrispondenze derivano dal fatto che l’artista decadente, ammettendo che la realtà non è conoscibile attraverso le teorie scientifiche e quindi con la ragione, individua tale incapacità nella vera essenza del mondo che si trova al di là della realtà sensibile; quindi l’unico mezzo per attingere alla realtà nuda e schietta è il totale abbandono all’empatia e all’irrazionalità. Dette corrispondenze, che uniscono il mondo in un Tutto, in un’unica entità di base, coinvolgono direttamente l’uomo. Avversando le teorie dell’Idealismo che ammettevano l’indipendenza del soggetto dall’oggetto, i decadenti denotano una corrispondenza tra soggetto e oggetto, tra individuo e mondo, confondendosi in un’arcana entità. Tale unione avviene sul piano dell’inconscio lasciandosi voluttuosamente inghiottire in un vortice tenebroso. Per rendere manifesto il proprio inconscio, si ricorreva a mezzi materiali quali droghe e alcool, i quali hanno la facoltà, secondo questi artisti, di svincolare l’inconscio dalla materialità e permettergli di cogliere la vera essenza che si cela dietro il mondo sensibile. Altra forma di estasi e di enfasi per l’inconscio è rappresentata dal “panismo”, ovvero l’artista diviene un tutt’uno con il Tutto, ne diviene parte integrante, si annulla pienamente in esso, elevandosi al rango di divinità. I decadenti annoverano un’altra forma di estasi, “le epifanie”: un particolare della realtà apparentemente insignificante si carica di grandi significati, estremamente intensi, affascinando l’artista, il quale crede di essere in contatto con una realtà ultraterrena, vivendo una sorta di manifestazione divina. Charles Baudelaire sottolinea i due aspetti entro cui si dibatte la crisi dell’intellettuale: lo Spleen (noia e disgusto della vita) e l’Ideal (ricerca di un ideale, come fuga verso mondi lontani, esotici, dalla natura incontaminata o verso paradisi artificiali).

Artista doppio e cosciente della propria “doppiezza” di fondo – versante tenebroso, tentazione al satanismo e alla distruzione; versante luminoso, aspirazione all’ideale, a Dio, alla creazione, duplici aspetti che riescono a coabitare soltanto nella sofferenza, nella passione, nella noia e nell’ odio -, Baudelaire non si è accontentato di essere un poeta in preda ai gemiti. Se – in quanto romantico autentico – non ha parlato che di sé stesso in tutto ciò che ha scritto, ha cercato anche lucidamente di padroneggiare i poteri dell’arte, che il suo sguardo acuto di critico militante è riuscito a cogliere più di ogni altro.

Il personaggio “Charles Baudelaire” ha alimentato il mito del bohemien, lo studente povero o presunto tale, amante dei piaceri notturni, dell’assenzio e delle novità in fatto di costumi e di arte. Generazioni di studenti e di poeti si sono ispirati e ancora oggi si ispirano al poeta parigino. Figura in parte contrapposta, in parte collocata al fianco del dandy e dell’esteta, Baudelaire incarna quella visione di gioventù romantica dedita all’eccesso e alla poesia, un po’ cupa e rivoluzionaria.

Da sempre l’autore dei “Fiori del male” è stato assunto a vessillo antiborghese della contrapposizione produttiva, di quel mito romantico che vede nel giovane che si allontana dalla famiglia e che si dedica a droghe, all’alcol e all’arte non un problema della “societas”, ma un portatore del nuovo ed un artista all’avanguardia. Baudelaire infatti con i suoi scritti e la sua vita rappresenta tuttora l’artista e il poeta maledetto, figura iconografica che segna ancora profondamente la visione dell’intellettuale e del poeta ai giorni nostri.

Prodigiosamente incline al dolore e alla solitudine, collerico ed impulsivo, completa il proprio processo di autodistruzione col vino e l’hashish, che hanno come effetto diretto il rafforzamento della distanza dal conformismo borghese di cui ha orrore.

Il poeta, scrive Baudelaire, è come l’albatro. L’albatro domina col suo volo gli spazi ampi: le sue grandi ali lo rendono regale nel cielo, ma se gli capita di essere catturato dai marinai, si muove goffo e impacciato sul ponte della nave e diventa oggetto di scherzi e di disprezzo; e sono proprio le grandi ali che lo impacciano nel muoversi a terra.

Leggendo la poesia, rimangono impresse soprattutto le immagini di chiusura opprimente, materializzate simbolicamente dalla strana analogia del coperchio/cielo che pesa sull’anima gemente o delle strisce di pioggia assimilate alle sbarre di una prigione. Infine, gli effetti di quest’angoscia devastante non sono il perdurare di uno stato d’animo riflessivo e pronto ad accettare questa condizione mentale e psicologica ed a sfruttarla come foriera di nuovi approfondimenti concettuali, quanto piuttosto un’abdicazione definitiva della Speranza, che sembra ridurre il soggetto in preda ad un’oppressione crescente e davvero capace di neutralizzare le energie creative del poeta.

Anche il poeta è abituato alle grandi solitudini e alle grandi profondità delle tempeste interiori e in queste dimensioni domina sovrano; anche lui come l’albatro può sembrare goffo e impacciato nella realtà quotidiana, nella quale non si muove a suo agio. Il poeta insomma ha il dominio della realtà fantastica, ma nella realtà quotidiana è un incapace e riceve l’incomprensione e il disprezzo degli uomini, esattamente come accade all’albatro.

Il poeta è venuto sulla terra per interpretare la realtà alla luce del suo sogno: ribelle alle convenzioni, inabile alla vita pratica, destinato a gettare il discredito sulle comuni passioni, a sconvolgere i cuori, a testimoniare per mezzo dell’Arte d’un mondo magicamente e idealmente perfetto. Per questo il poeta è deriso e perseguitato.

In quest’universo tormentato, dove filtrano soltanto deboli luci – dolci talora – , luci d’amore, di occasi cittadini, dove anche lo spleen evapora in malinconia; sola, si oppone, l’alchimia meravigliosa dell’arte contro il nulla. L’arte baudelairiana è una miscela riuscita di romanticismo e di formalismo, ma sostenuta da una tensione e da un’emozione troppo intense perché I fiori del male possano ricadere nello scaffale dell’arte per l’arte e del parnassianesimo che seguì di lì a poco. Se resta “classico” (i versi, dicevamo, sono per lo più alessandrini, le strofe rimate), Baudelaire è risolutamente moderno per il posto che assegna all’immaginazione, regina delle facoltà, nella ricerca della bellezza poetica: quest’immaginazione non inerte e passiva è invero la più scientifica delle facoltà, perché essa sola comprende l’analogia universale fra le cose e permette al poeta di attingere l’ineffabile, lo strumento atto ad esorcizzare l’angoscia che emana dalla molteplicità del reale.

Dalla critica baudelairiana, si sprigiona una poetica: la critica è un atto creativo, estetico a pieno titolo, che fissa scelte dirimenti ed inequivoche. Quella del romanticismo è la prima opzione per Baudelaire, il quale analizza questo tratto stilistico-epocale come l’espressione più attuale del bello, modo di sentire il suo tempo e non certo raccolta di motivi o di stereotipi; il romanticismo è dunque intimità, spiritualità, colore, gusto dell’infinito. La critica sollecita l’artista a cercare ovunque la modernità, a schivare i modelli classici: la vita moderna è bella, eroica, intensamente poetica, anche nei suoi aspetti febbrili, alienanti, industriali. Baudelaire è il poeta della modernità, della città, il battutista dandy che reputa la campagna il «luogo dove i polli si aggirano crudi». Canta Parigi in preda alle trasformazioni furiose dell’industrialismo, in cui «fiumi di carbone salgono in cielo».

Nicola Celentano

La presente descrizione del personaggio-Baudelaire è stata realizzata da me, anche grazie all’ausilio di alcune fonti reperite in Rete. Mi sono avvalso della sempre affidabile WikiPedia, inserendo anche un breve sunto sullo Spleen, ma ho preso spunto inoltre: dall’inettitudine di Baudelaire ben descritta sul sito delle Scuole Valsesia; dalla biografia dell’autore, affrontata sulle Cronologie del portale Leonardo; da uno spazio di Libero chiamato L’Alcova; e da una rivista di informazione e critica culturale di nome La Frusta.

E io come al solito chiudo invitandovi a lasciare un commento o a proporvi per altri articoli in questa sezione…

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2 Responses

  1. braxio says:

    Ottimo articolo, mi sfugge solo il panismo in Baudelaire; credo tu volessi riferirti più in generale al culto delle sensazioni, all’estetismo di tanti poeti decadenti, come il nostro d’Annunzio, che sull’elemento panico fondò il suo capolavoro poetico, Alcyone.
    In ogni caso complimenti, continua così!

  2. Grazie per l’apprezzamento ;-)))

    Con ”panismo” intendo cio che è espresso quando l’autore cerca una fusione dei sensi e dell’animo con le forze della vita, accogliendo in sé e rivivendo l’esistenza molteplice della natura, con piena adesione fisica, prima ancora che spirituale.

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