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Gli Opeth in 4 puntate: Deliverance e Damnation

Un anno dopo il grande successo di pubblico e critica di Blackwater Park, gli Opeth sperimentano un ambizioso progetto di un doppio cd, che poi si sarebbe sdoppiato in due distinti album: Deliverance e Damnation.

Realizzato da una formazione immutata e oramai consolidata, Deliverance non si discosta molto dalle precedenti opere, assomigliando però più a Still Life che all’immediato predecessore. Eliminati infatti gli elementi più cupi di questi, sostituendoli con sfuriate tipicamente death metal come agli inizi carriera, ma senza un deciso ritorno al passato, più un reintegro di alcuni elementi sulla stessa ossatura di Blackwater Park. Evoluzione, mai rivoluzione.

Le prime due tracce di Deliverance (2002), Wreath e la title track, sono insolitamente violente, a tratti quasi black metal; comunque non una violenza fine a sé stessa, ma sempre al servizio dei “momenti” della canzone, che qui fluiscono da uno all’altro in modo particolarmente riuscito. Sono anche le prime canzoni non chitarro-centriche, la batteria di Martin Lopez è eccezionale ed assume un ruolo di primo piano che in passato non aveva (gli ultimi minuti di Deliverance ne sono prova). A Fair Judgement e For Absent Friends sono le più calme dell’album, poste nel mezzo come da tradizione Opeth, la prima molto settantiana e con un assolo di chitarra notevole, mentre la seconda una breve strumentale. Con la successiva Master’s Apprentices, a tratti brutale pur rimanendo melodica, e poi con By The Pain I See in Others, lunga, violenta, caotica, progressive e con un interminabile finale perfetto come introduzione a Damnation, si ritorna allo stile iniziale, death metal come non mai.

Un altro classico album Opeth, si potrebbe dire, e ciò non ne diminuirebbe il valore, anzi, sarebbe indice di una garanzia di qualità che il gruppo ha a questo punto imparato a regalare ai fan. Al più si potrebbe imputare a Deliverance una mancanza di originalità o di particolari nuove idee (che in realtà ci sono, ma si notano meno che in passato); certo, ma rifare ottime cose vuol dire essere comunque ottimi, pur se non originalissimi. Per giudicarlo in onestà, basta ricordarsi che Deliverance è stato pensato come un tutt’uno con Damnation e che ascoltandoli insieme le recriminazioni di prima vanno a svanire. Infatti Damnation, rilasciato nella primavera del 2003, è quanto di più diverso e spiazzante abbiano fatto gli Opeth finora. Tanto spiazzante che taluni fan gridarono alla “svolta pop” del gruppo, in senso peggiorativo s’intende, e al “tradimento”.

Ma cos’ha di tanto diverso Damnation (2003)? Nulla che gli Opeth non avessero già fatto in passato in tante ballate in ogni album, solo che mentre lì erano solo intermezzi tra classiche canzoni death metal, qui costituiscono l’intero cd, dalla prima all’ultima canzone. Non un growl, nessun assolo di chitarra elettrica da fare headbanging, nessuna distorsione, batteria in secondo piano e il mellotron di Steve Wilson ad accompagnare la qui dolce e suadente voce di Akerfeldt in 8 brevi, per i loro canoni, opere di puro progressive rock dal sapore gotico e melanconico. Non si può neppure più parlare di metal o hard rock, l’album è talmente accessibile a chiunque da infatti essere consigliato a chi non ami i lavori precedenti, siamo su terreni talmente poco “hard” da poter essere apprezzato da persone avvezze a generi musicali anche diametralmente differenti.

Ognuna delle 8 canzoni è una piccola gemma in sé, pur essendo tutte improntate al rock lento, melanconico e notturno, non si confondono le une con le altre, ognuna ha un carattere distinto e spicca in un suo proprio modo. Impossibile annoiarsi, semmai è sorprendente come sia stato possibile mettere insieme un album tanto soft senza scadere nella semplicità, ma presentando comunque suoni affascinanti e che ascolto dopo ascolto crescono all’orecchio dell’ascoltatore, mantenendo una qualità e varietà che sarebbero difficili da raggiungere anche per i più grandi artisti non metal.

Se Deliverance era la continuità in evoluzione, Damnation è l’altro lato della luna degli Opeth, sopraffinamente dolce come solo i grandi gruppi sanno fare.

Tracklist Deliverance
01 Wreath 11:10
02 Deliverance 13:36
03 A Fair Judgement 10:24
04 For Absent Friends 2:17
05 Master’s Apprentices 10:32
06 By The Pain I See In Others 13:51
Tracklist Damnation
01 Windowpane 7:45
02 In My Time Of Need 5:50
03 Death Whispered A Lullaby 5:50
04 Closure 5:16
05 Hope Leaves 4:30
06 To Rid The Disease 6:21
07 Ending Credits 3:40
08 Weakness 4:10

2 Comments

  1. [...] infine all’ultima puntata sulla discografia degli Opeth, praticamente ai giorni nostri, essendo l’ultimo album appena dell’anno [...]

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