Judo: Scuola di Vita

Salve amici del BE! Magazine! Siete abituati a vedermi firmare interviste a belle attrici, showgirls, sportive. Questa volta cambio genere per scrivere di uno sport, che forse molti di voi hanno praticato in giovane età, che è entrato nella mia vita all’età di 5 anni e mezzo e che non è più uscito, nonostante alcuni intermezzi in cui l’ho abbandonato, ma alla fine torno sempre da lui! Anche nello sport: “Il primo amore non si scorda mai”.
Questo sport di cui vi voglio parlare oggi è il JUDO! Per parlarne non basterebbe un’enciclopedia e per questo cercherò di essere conciso e toccare gli aspetti fondamentali di questa disciplina: la sua storia, la sua filosofia, le sue caratteristiche. Spero che ciò vi risulti interessante per conoscere uno sport che purtroppo, come molti definiti “minori”, soffre dello strapotere di discipline dove l’unico motore sono i soldi, ma che rispetto a queste non ha niente di meno, anzi!!! I paperoni di molti sport dovrebbero imparare dal sacrificio che questi atleti mettono tutti i giorni sul tatami per compensi normalissimi, ove invece meriterebbero molto, ma molto di più!! Ma questo è un altro discorso!

Il Judo è un’arte marziale giapponese nata alla fine del XIX secolo per opera di Jigoro Kano!
Come tutti i termini orientali, questa piccola parola ha in sé un grande significato: VIA DELLA CEDEVOLEZZA, da JU (cedevolezza) e DO (via). È traducibile anche con “Via dell’adattabilità”, della gentilezza, intendendo con questo il principio di adattabilità alle tecniche avversarie.

Vi starete ora chiedendo: chi era JIGORO KANO? Era un ragazzo nato in una famiglia benestante che ebbe la possibilità di compiere gli studi superiori ed universitari che gli permisero di praticare vari stili di jujitsu. All’età di 21 anni divenne maestro benemerito (Shihan) nella scuola Tenjin Shinyo-ryu, e fu poi guidato dal maestro I. Ihikubo della Kito-ryu, che insegnava uno stile di ju-jutsu del tutto diverso.
Nel 1882 accettò di insegnare nella Scuola dei Pari, ma nel frattempo aveva coordinato un suo metodo particolare e per poterlo studiare ed elaborare, aveva bisogno di una propria sede. Aiutato da soli 9 amici creò il Kodokan (o scuola per seguire la VIA).
Iniziò in un piccolo Dojo di soli 12 tatami. Le tecniche alla base del suo studio traggono origine principalmente dai kata tradizionali della Scuola Kito-ryu; altre furono affinate e modificate da quelle che appartenevano alla Scuola Jujutsu Kito-ryu e Tenjin Shinku-ryu. La vera essenza del Judo, ove convergono forza e grazia, fu sviluppata da Kano con una ricerca razionale e con metodo scientifico.
In breve tempo il Judo si diffuse in tutto il Paese, tanto da essere insegnato addirittura all’Accademia Navale e nelle università di Tokyo e di Keio.
Il Dojo di Kano subì vari spostamenti per via delle sempre maggiori adesioni di atleti al suo metodo. Nel 1934 fu costruito a Suidobashi (suburbio di Tokyo) il moderno e grande edificio del Kodokan che presto divenne la mecca del Judo di tutto il mondo.
Nel 1938 il prof. Kano fu inviato come rappresenta tante del Giappone al Cairo al 12° Convegno Generale del Comitato Olimpico Internazionale. La partecipazione ebbe grande successo e fu approvata la proposta di far svolgere i Giochi Olimpici a Tokyo. Nello stesso anno Jigoro Kano moriva sulla nave che lo riportava in patria dopo un viaggio in Canada.

Analizziamo ora in cosa consiste il metodo elaborato da Jigoro Kano.

Occorre ricordare che per Jigoro Kano il Judo è importante anche per lo sviluppo della persona nella società. Il suo codice morale a cui ogni buon judoka deve mirare nella pratica e nella vita di tutti i giorni, poggia su 8 qualità essenziali: educazione, coraggio, sincerità, onore, modestia, rispetto, controllo di sé, amicizia.
Entriamo ora nell’aspetto puramente tecnico del metodo creato da Jigoro Kano.

Il judo si suddivide in tecniche di Nage Waza (proiezioni), Katame Waza (controlli) e Atemi Waza (percussioni). Nage Waza e Katame Waza comprendono le tecniche applicabili in gara, mentre gli Atemi si praticano solo nei Kata.

Le tecniche di Nage Waza, utili per proiettare l’avversario al suolo, sono racchiuse nel Go-kyo che comprende 40 tecniche suddivise in 5 classi in base alla difficoltà di esecuzione. Abbiamo così tecniche di Tachi Waza (proiezione dalla posizione eretta) e Sutemi Waza (tecniche di sacrificio), ove l’esecutore della tecnica (Tori) cade anch’egli a terra nell’esecuzione della tecnica per far cadere anche il suo avversario (Uke). Le tecniche di Tachi Waza si distinguono in:

Te-Waza: tecniche di braccia; Koshi Waza: tecniche di anca; Ashi Waza: tecniche di gamba.

mentre quelle di Sutemi Waza in:

Ma Sutemi Waza (tecniche di sacrificio sul dorso) e Yoko Sutemi Waza (tecniche di sacrificio su un fianco).

Le tecniche di Katame Waza, utili per controllare l’avversario, si dividono in:

Osae Komi Waza (tecniche di immobilizzazione), Shime Waza (tecniche di strangolamento) e Kansetsu Waza (tecniche di lussazione degli arti).

Gli Atemi Waza invece, utili per colpire l’avversario, si dividono in:

Ude ate (attacchi con gli arti superiori), a sua volta suddiviso in Kobushi-ate con il pugno; Yubisaki-ate o colpi portati con la punta delle dita; Tegatana-ate con il lato della mano ed Hiji-ate con il gomito;

Ashi ate (attacchi con gli arti inferiori), a sua volta suddiviso in Hizagashira-ate ovvero colpi con il ginocchio, Sekito-ate o colpi con l’avampiede, Kakato-ate ovvero colpi portati con il tallone.

La pratica di queste ultime è effettuata solo nei Kata e comprende anche tecniche basilari di attacco-difesa da coltello, bastone, spada e pistola.

Fondamentale per un judoka nella pratica del judo è saper cadere senza farsi male. Per questo motivo una delle prime cose che vengono insegnate quando si inizia a praticare questa disciplina sono le cadute o Ukemi (trattare il corpo senza pericolo). Esistono diversi modi per “rompere” l’effetto delle cadute, che sono sul dorso (all’indietro), sul fianco (laterali) e in avanti.

Zempo Kaiten Ukemi (caduta in avanti con rotolamento sul dorso), Mae Ukemi (caduta in avanti frontale), Ushiro Ukemi (caduta all’indietro) e Yoko Ukemi (caduta laterale, battendo un solo braccio su un fianco).

Si passa poi alla fase di apprendimento di esecuzione delle varie tecniche. Per poterle eseguire con successo è necessario un movimento unico che in realtà è costituito da 3 fasi ben distinte: Kuzushi, Tsukuri, Kake.
Kuzuski, ossia squilibrio, da ottenere mediante l’utilizzo della propria forza e di quella dell’avversario nelle 8 direzioni fondamentali di squilibrio, dette Happo-no-Kuzushi. La loro disposizione richiama la rosa dei venti: avanti, indietro, laterale destra e sinistra e le 4 diagonali.
Tsukuri, ossia preparazione, è la fase più difficile delle 3, perché una sua mal riuscita porterà ad una cattiva esecuzione
Kake, ossia esecuzione, caduta, è la parte finale dell’esecuzione della tecnica.

Parlando degli Atemi Waza abbiamo nominato i Kata. Questi non sono solo una prerogativa del Judo, ma sono presenti anche nelle altre altri marziali. Kata significa “modello”. Esso è un esercizio d’attacco e di difesa con azioni preordinate che segue forme immutabili allo scopo di tramandare la purezza della tecnica judoistica nel tempo.

Nage-no-kata (kata delle proiezioni) composto di 15 proiezioni fondamentali divise in 5 gruppi di 3 colpi che illustrano le tecniche fondamentali dei lanci: te-waza, koshi-waza, ashi-waza, mae-sutemi-waza, yoko-sutemi-waza
Katame-no-kata (kata delle immobilizzazioni) composto di 15 tecniche modello di immobilizzazione divise in 3 gruppi di 5 tecniche: osae-komi-waza, shime-waza, kansetsu-waza.
Kodokan Goshinjutsu (tecniche basilari di difesa personale del Judo – Kodokan) composto da 6 gruppi di difese: difese da prese varie, difese da pugni, difese da calci, difese da colpi di pugnale, difese da colpi di bastone, difese da minaccia con pistola.
Ju-no-kata (kata della cedevolezza) composta da 15 movimenti divisi in 3 gruppi di 5 movimenti.
Kime-no-kata (kata della difesa personale) è diviso in 2 grandi serie: Idori di 8 azioni tecniche eseguite dalla posizione seduta e Tachi-ai di 12 posizioni eseguite stando in posizione eretta.
Koshiki-no-kata (kata antico) formato di due serie di movimenti comprendenti 21 azioni tecniche: Omote (per davanti) di 14 movimenti da eseguirsi con ritmo lento marcando le pause fra un’azione e l’altra; Ura (per dietro) di 7 movimenti da eseguirsi con ritmo rapido senza soluzione di continuità.
Itsutsu-no-kata (kata dei cinque principi) creato personalmente dal maestro Jigoro Kano.

Altri Kata meno noti sono:

Go-no-kata (il primo kata adottato dal judo, caduto in disuso dopo la morte di Jigoro Kano)
Seiryoku-zen’yō kokumin-taiiku-no-kata (forma della ginnastica nazionale del miglior impiego dell’energia).
Gonosen-no-kata (forma dei contrattacchi – non è riconosciuto ufficialmente dal Kōdōkan di Tokio in quanto creato da Mikonosuke Kawaishi, insegnante di judo in Francia in netto contrasto con il Kodokan di Tokyo).

L’insieme di Nage no kata e Katame no kata viene anche definito Randori no kata, poiché sono le tecniche applicate nel randori, dal quale sono esclusi gli Atemi (colpire di pugno e calci).

Abbiamo quindi visto la parte teorica più importante del metodo elaborato da Jigoro Kano. Adesso parleremo un po’ di cosa serve per praticare il judo e del suo regolamento da gara!

Il judo è praticato su un materassino chiamato tatami. Anticamente fabbricato con paglia di riso, è oggi costituito da materiali sintetici, più resistenti e

più elastici per attutire la caduta.
L’abbigliamento è costituito dal judogi, composto da pantaloni (zubon) di cotone rinforzato bianco e da una giacca (uwagi), anch’essa di cotone rinforzato, tenuta da una cintura (obi) che varia di colore a seconda del grado di esperienza raggiunto dal Judoka.
Nell’ordine abbiamo: cintura bianca, gialla, arancione, verde, blu, marrone, nera. Esiste anche la rossa. Ad ogni cintura corrispondono dei gradi. Per le cinture dalla bianca alla marrone si chiamano Kyu: alla bianca corrisponde il VI° alla marrone il I°.
Dalla cintura nera i gradi prendono il nome di Dan che sono 10. Dal I° al V° Dan il judoka continua ad indossare la cintura nera; dal V° all’VIII° una cintura bianco-rossa, per il IX° e X° dan una cintura tutta rossa.

Ma questi gradi di cintura nera come possono essere conferiti?
Un primo modo è in gara in trofei nazionali e internazionali, ma solo fino al V° dan. L’altro metodo è quello di sostenere degli esami di teoria e kata davanti a commissioni regionali che possono assegnare fino al 3° dan; giurie nazionali possono assegnare dal IV° al VI° dan. In Italia i gradi successivi al VI° dan sono assegnati per meriti federali.

Per quanto rigurda la competizione invece, tutti avrete visto almeno una volta, in occasione delle Olimpiadi, un’immagine della gara. Vigono regole differenti tra le gare nazionali e quelle internazionali.
Nelle gare nazionali i due judoka indossano, per essere distinti ai fini arbitrali, uno la cintura bianca, mentre l’altro quella rossa. Nelle gare internazionali invece i judoka indossano regolarmente le loro cinture nere e per distinguerli e dare un maggiore impatto visivo agli spettatori, uno indossa un judogi bianco e l’altro uno blu.
Anche il tatami, nelle competizioni internazionali è di colori differenti rispetto a quelle nazionali, nelle quali il colore classico è rappresentato dal verde e dal rosso. Alle Olimpiadi abbiamo visto alternarsi il blu e giallo, il blu e rosso.
Nelle competizioni il tatami deve avere una dimensione che va dai 14x14m ai 16x16m, mentre l’area di combattimento può variare tra gli 8x8m ai 10x10m. Dal 2007 è stata abolita la cosiddetta zona di pericolo, della dimensione di 1 metro.
Le fasi precedenti la gara prevedono una sorta di “rito”. I judoka devono fare il saluto al tatami prima dell’ingresso sullo stesso. Appena arrivati al limite dell’area di combattimento devono arrestarsi e attendere l’invito dell’arbitro per farvi ingresso. Una volta dentro, l’arbitro chiamerà il rei (saluto), cosicché i due atleti devono fare il saluto reciproco ed aspettare poi il segnale di partenza (Hajime).
Durante il combattimento possono essere assegnati 4 diversi punteggi a seconda della perfezione dell’esecuzione della tecnica.
Il punteggio massimo è l’Ippon, che viene assegnato quando la tecnica è completa delle tre componenti: caduta sulle spalle all’indietro, con forza ed impeto; quando un’immobilizzazione a terra dura 25 secondi; quando si ha la resa dell’avversario a seguito di una leva articolare o di un soffocamento.
Poco inferiore all’Ippon è il Waza-ari, assegnato quando la tecnica manca di uno dei requisiti previsti per l’Ippon o quando l’immobilizzazione dura dai 20 ai 24 secondi. Due waza-ari conseguiti nello stesso incontro costituiscono un punto e quindi Ippon e si ha la vittoria per waza-ari awasete-ippon.
Poi cìè loYuko, assegnato quando mancano i requisiti per assegnare il waza-ari, oppure quando l’immobilizzazione a terra dura dai 15 ai 19 secondi.
Dal 1° gennaio 2009 è stato abolito il punteggio di Koka, che viene considerato come semplice Kinza. Il Kinza non è un vantaggio contabilizzato e corrisponde ad un attacco sincero, ininterrotto o no da una caduta dell’avversario sul ventre o sulle ginocchia.

Ci sono anche le sanzioni comminabili durante un incontro. Questi sono gli shido (sono stati aboliti i Chui e Keikoku) e l’Hansoku make ovvero la squalifica. Gli shido sono dati per: non combattività (passività), rifiuto del combattimento, fuga o uscita volontaria della zona di combattimento, atteggiamento eccessivamente difensivo, braccia tese, busto completamente piegato verso la parte anteriore, gesti vietati (dita dentro la manica, mani sul viso dell’avversario.
L’Hansoku make è dato: o per l’accumulo di 4 shido o dopo un gesto contrario allo spirito del judo, come non tener conto dell’arbitro, delle osservazioni fatte a questo o dopo un’azione che mette in pericolo l’avversario o sé stesso.
Il cumulo di due Shido assegna uno Yuko all’avversario; 3 shido un Waza-ari, con 4 shido l’Hansoku make.

Al termine dell’incontro l’arbitro proclamerà il vincitore indicandolo con braccio aperto teso verso la parte dove questo si trova. Inviterà poi gli atleti a salutarsi reciprocamente con inchino. Gli atleti uscendo dovranno poi salutare l’area di combattimento e il tappeto.

Per la nascita del Judo in Italia, le prime testimonianze si riferiscono ad un gruppo di militari appartenenti alla nostra Marina, i quali nel 1905 tennero una dimostrazione di “lotta giapponese” (cosi veniva definito il judo) davanti all’allora re d’Italia Vittorio Emanuele III.
Gli ufficiali Moscardelli e Piazzolla, in servizio a Yokohama in Giappone ottennero, secondo quanto contenuto negli archivi della Marina, il 1° dan di judo nel 1889.
Bisognerà però aspettare altri 15 anni perché si incominci a parlare di judo, grazie all’opera di un altro marinaio, Carlo Oletti, che diresse i corsi di judo per l’esercito che erano stati istituiti nel 1920.
Fino al 1924 il judo resterà confinato nell’ambito militare, allorquando fu costituita la FILG (Federazione Italiana lotta giapponese), assorbita poi nel ’31 dalla FIAP (Federazione Italiana Atletica Pesante), e quindi nel ’74 dalla FILPJ (Federazione Italiana Lotta Pesi Judo), che a sua volta, inglobando anche il karate, cambierà denominazione in FILPJK (Federazione Italiana Lotta Pesi Judo Karate) nel 1995; infine nel luglio del 2000 l’Assemblea nazionale decide di scindere la federazione FILPJK e nasce la FIJLKAM (Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti Marziali).
Il nostro movimento judo ha espresso nel corso degli anni grandi campioni sia a livello femminile che maschile, portandoli sul trono continentale, mondiale, olimpico. La prima medaglia olimpica del judo è il bronzo del Maestro Felice Mariani all’Olimpiade di Montreal 1976. Il primo oro è dell’edizione successiva, Mosca 1980, con Ezio Gamba vittorioso nei 71 kg. Gamba salirà di nuovo sul podio a Los Angeles ’84, ma questa volta è argento. L’olimpiade di Seul ’88 non porta nessuna medaglia, ma a Barcellona ’92 Emanuela Pierantozzi è argento, ad Atlanta ’96 Girolamo Giovinazzo è argento e Ylenia Scapin è bronzo, a Sydney 2000 Giuseppe “Pino” Maddaloni è oro, Emanuela Pierantozzi, Girolamo Giovinazzo e Ylenia Scapin bronzo, ad Atene 2004 niente medaglie, ma gli atleti azzurri sfiorano il podio per poco, a Pechino 2008 Giulia Quintavalle è oro.

A questo punto chiedo a voi lettori: sareste d’accordo che iniziassimo una serie di interviste ai Campioni per farci raccontare da loro esperienze, emozioni, aneddoti riguardo questo bellissimo sport?

Credits: per la traccia dell’articolo ho fatto riferimento a Wikipedia, per alcuni contenuti ho utlizzato sia wikipedia che il testo di Tommaso Betti-Berutto “Da Cintura Bianca a Cintura Nera“.
Le immagini sono prese da Internet e rappresentano nell’ordine: 1. La scritta JUDO in caratteri Kanji; 2. Il ritratto di Jigoro Kano; 3. Esecuzione della tecnica “Okuri Ashi Barai” in gara; 4. Fase di gara alle ultime Olimpiadi di Pechino 2008; 5. Altra fase di combattimento a Pechino 2008; 6. Guida alle principali regole di gara; 7. Logo della FIJLKAM; 8. Giuseppe “Pino” Maddaloni; 9. Ylenia Scapin; 10. Giulia Quintavalle

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12 Responses

  1. Alessandro Judoka Roma says:

    Articolo davvero bello e ben fatto…
    Sarebbe interessante la possibilità di interviste… non solo agli atleti sulla vita da atleti…

    Ma come gli atleti possono portare la loro esperienza nel sociale…

    Interessante in merito è l’associazione di tanti nostri atleti azzurri… la J-Team…

    Vi rimando all’indirizzo: http://WWW.J-TEAM.EU

    Saluti Alessandro

  2. alessandro says:

    guardate che nel 2004 Morico ha fatto bronzo…XD

  3. Ottimo articolo, completo e chiaro.Complimenti! Finalmente si parla di Judo anche fuori dal periodo Olimpiadi!!!!….Maurizio

  4. Alex says:

    Il Betti-Berutto (con circa una ventina di edizioni) è considerato la Bibbia del Judo!

  5. Bertazzoli alessandro says:

    articolo molto interessante e molto comprensibile anche per chi non lo pratica… complimenti e buon judo!!

  6. mattia says:

    ottimo articolo, beh si sicuramente sentire qualche esperienza dei nostri campioni è molto interessante

  7. Simona says:

    Finalmente qualcuno che da la giusta importanza a questo sport,che fra virgolette è da tutti dimenticato.Complimenti,questo articolo è fatto veramente bene!!

  8. isabella marciano says:

    salve a tutti, mi chiamo isabella e anke io ho scoperto nella mia vita la passione x questo sport meraviglioso ke è il judo! dopo una carriera da atleta sono diventata insegnate tecnico e questo è stato il coronamento di un sogno, perche insegnare una disciplina ke ami e ke è stata importante nella tua vita è fantastico. ho 27 anni e quindi si può dire k quasi tutta la mia vita vissuta fino ad ora l’ho dedicata a questo soprt!
    a mio parere il judo è uno sport completo, xke oltre a prepararti molto bene fisicamente ti aiuta ad acquisire sicurezza nella vita, perche il contatto fisico con l’avversario vi stimola a non abbassare mai lo sguardo davanti ai problemi…
    e ultima cosa ma di certo non x ordine di importanza, il judo ti insegna a difenderti… e questa ultima parte è dedicata a tutte quelle donne ragazze ke magari si sentono insicure e hanno paura delle aggressioni… Ragazze fidatevi di una ragazza ke come voi era piena di paure e insicurezze.. il judo come ogni arte marziale dona una sicurezza interire immensa, ma soprattutto vi da lo strumento giusto x potervi difndere in ogni momento!
    un saluto a tutti

  9. lukebel says:

    Io non sono un’esperto, ma l’articolo è molto chiaro ed esauriente.
    Grande Axel!

  1. 2009/08/21

    […] a tutti ed eccoci ad un nuovo appuntamento con il JUDO!! Nel precedente articolo, avevo chiesto ai lettori se erano d’accordo a che realizzassi interviste agli atleti che […]

  2. 2012/02/02

    […] GAZZETTA DEL SUD del 2/02/2012 Per chi volesse approfondire, SBIRCIAPAOLA segnala un articolo su bemagazine.tv e il sito della Federazione Fijlkam. Rate this: condividi: fai sbirciare i tuoi amiciLike […]

  3. 2013/08/29

    […] a tutti ed eccoci ad un nuovo appuntamento con il JUDO!! Nel precedente articolo, avevo chiesto ai lettori se erano d’accordo a che realizzassi interviste agli atleti che […]

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