Stanley Kubrick: il cinema secondo estetica e perfezionismo

Per inaugurare la sezione “cinema” del nostro magazine, non poteva esserci scelta migliore di un articolo dedicato interamente ad uno dei maestri della settima arte. Stanley Kubrick ha certamente lasciato un segno indelebile nella storia del cinema, ma a raccontarci qualcosa in più di lui ci pensa Nicola Celentano, suo grande ammiratore.

“Un film assomiglia – o dovrebbe assomigliare – più alla musica che alla letteratura. Dovrebbe offrire un crescendo di stati d’animo, di sensazioni. Il tema di fondo, il significato, ciò che è al di là delle emozioni, dovrebbe venire solo in un secondo tempo.” (Stanley Kubrick)

Tutti i suoi film, da Lolita in poi, sono in bilico tra la farsa burlesca e la fiaba filosofica. Uniche, stupende eccezioni: Barry Lyndon e Full Metal Jacket, in cui il regista ricostruisce minuziosamente due diversi universi storici (rispettivamente: il Settecento inglese e la guerra in Vietnam).

Il cinema di Kubrick sposa l’idea della perfetta integrazione fra etica ed estetica, sfuggendo così alla facile tentazione di esprimere una morale. Così le immagini e il messaggio si fondono e la valutazione di ciò cui si assiste è lasciata totalmente allo spettatore, grazie anche alla “circolarità” delle sceneggiature (quasi tutte adattate da libri), che prevedono un finale che si avvolge sull’incipit. Alcuni esempi: in Arancia Meccanica il protagonista torna esattamente allo stato psicologico di partenza, come se non fosse successo nulla, salvo che è diventato ancora più cattivo e cosciente del fatto che la violenza ha un suo ruolo nella società, purché esercitata “secondo le regole”; in Shining l’edipico Jack Torrance appare, dopo la sua morte, nella galleria fotografica dell’Overlook Hotel, come il guardiano che era lì “da sempre”; Eyes Wide Shut sembra terminare con un risveglio, che incoraggia l’immaginazione a tornare al punto di partenza; l’esempio eccellente di questa ciclicità è poi 2001: Odissea nello Spazio, che procede interamente in una mimesi del ciclo della vita (nascita, crescita, morte ed evoluzione in nuova nascita). Sembra fare eccezione Il Dottor Stranamore, ma probabilmente si tratta di una fedeltà allo stile comico adottato: qui il film si auto-distrugge, così come era stato preannunciato.

Stanley Kubrick nasce a New York, il 26 Luglio 1928.
La sua famiglia è ebrea, di origine austriaca e risiede nel quartiere del Bronx.
Il padre Jack, di professione medico, tiene particolarmente all’educazione del figlio e lo stimola continuamente ad ampliare i propri interessi, avvicinandolo al gioco degli scacchi e alla musica jazz.
Stanley ben presto abbandonerà il sogno giovanile di diventare un batterista professionista, ma gli scacchi invece rimarranno una passione per sempre, spesso ripresa con diversi accenni nei suoi film.
Il giorno del suo tredicesimo compleanno Stanley Kubrick riceve in dono dal padre la sua prima macchina fotografica, e si può dire che questo evento segni la svolta più importante della sua vita: seppur giovanissimo diviene un fotografo provetto ed esplora tutta New York a caccia di immagini da fissare con il suo obbiettivo, già dimostrando una ricerca spasmodica dell’inquadratura, ed un innato talento nel “fissare” il mondo attraverso le immagini. Una di queste foto viene notata: si tratta dell’immagine di un venditore di giornali affranto dalla morte di F. D. Roosevelt; la rivista “Look” la compra per 25 dollari.
A diciassette anni viene assunto nello staff di “Look”, una redazione affollata di gente che fa cinema; si appassiona all’arte dei Lumière e diventa un cinefilo accanito. Inizia a frequentare le riunioni del Moma (il Museo di Arte Moderna) dove si proiettano i classici e corre da un cinema all’altro per non perdersi nemmeno una proiezione.

Il sodalizio con il giovane produttore James B. Harris gli offre l’occasione di girare Rapina a mano armata (1955), che passa alla storia per la sua struttura originale, costituita da continui salti temporali all’indietro. I protagonisti costruiscono un complesso meccanismo di ingranaggi, necessari alla riuscita della rapina del secolo, che finiscono col coincidere con gli ingranaggi della narrazione filmica. Intricata è anche la rete infinita di simmetrie disegnate in Orizzonti di gloria (1957), contestato film antimilitarista sulla prima guerra mondiale, di cui va ricordata la drammatica sequenza dell’interminabile carrellata nella trincea, mentre Kirk Douglas passa in rassegna i suoi soldati che si preparano ad andare incontro alla morte. La collaborazione con Kubrick convince Douglas, questa volta in veste anche di produttore, ad affidargli – in sostituzione di A. Mann – la regia di Spartacus (1960), kolossal ambientato nell’antica Roma, che divulga un po’ grossolanamente lo schema marxista della lotta di classe e che si può considerare l’unico film non partorito dalla sua mente.

Ossessivo e nevrotico nella richiesta ai suoi collaboratori della perfezione sia tecnica che formale, ha però sempre saputo interessare il pubblico e il costante successo gli ha permesso di disporre di produzioni illimitate nei costi e il completo controllo dei film. Tutte le storie, mai autobiografiche, pur sembrando completamente slegate ed autonome, ruotano intorno ad una pessimistica visione del mondo e della società, nella quale l’uomo si evolve con la prospettiva del dominio sui più deboli e attraverso la violenza; i suoi film sono una visione allucinata della realtà, certamente non sono terreno nè di rassegnazione, nè di condanna ma di profonda riflessione. Kubrick estremizza in modo personale ed avveniristico la tecnica cinematografica, il marketing e l’uso degli attori. Per pochi secondi di inquadratura ha preteso l’invenzione e la costruzione di alcuni obiettivi inusuali, fino ad allora inesistenti, con cui realizzare riprese particolari come nel caso di “Barry Lyndon”. La ricerca della perfezione, lo hanno condotto a continui miglioramenti nell’uso della Steady-cam ed è il caso di “Shining”; la Steady-cam è un particolare e tecnologico sistema di contrappesi che permette alla telecamera a spalla una linearità di ripresa perfetta e senza tremolii e che ha rivoluzionato totalmente sia il cinema che la televisione.

In “Orizzonti di gloria” (1957) e “Full Metal Jacket” (1987), la scelta di attori poco conosciuti e di ambienti metropolitani distanti anni luce da giungle vietnamite e eroici combattimenti, è motivata dalla ricerca di un’analisi oggettiva della guerra, mai raccontata attraverso le singole storie o le emozioni degli interpreti: in entrambi l’avventura e l’eroismo sono inesistenti, o comunque insignificanti, mentre si mette in discussione la crudeltà ingiustificata della lotta tra i popoli. Due pellicole distanti tra loro trent’anni, sulla guerra… non di guerra. “Orizzonti di gloria” è stato girato in Germania: straordinarie le carrellate sulle trincee e sul campo di battaglia, ha filmato in mezzo all’acqua e al fango, sia la troupe che il cast sono stati messi a dura prova; il risultato è così verosimigliante da meritare i complimenti di Churchill. Un capolavoro difficile, commovente e… impietoso! In Francia proibito per diversi anni, in Belgio responsabile di disordini tra reduci e pacifisti. In “Full Metal Jacket” si racconta di un gruppo di marines addestrati per diventare “non dei robot, ma dei killers”. Il soldato Joker, alias Matthew Modine, incarna l’aggressività e la violenza senza senso di cui gli esseri umani sono capaci; è un commovente viaggio, soprattutto nel secondo tempo, nelle sventure e le ripercussioni sull’uomo della guerra. E ancora, per comprendere la “guerra” di Kubrick, “Il Dottor Stranamore”: una cinica, grottesca e crudele ironia sulla guerra fredda, in cui un incredibile Peter Sellers interpreta tre parti diverse.

Nel 1963 gira “Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba”, una commedia satirica e allucinante allo stesso tempo. La pellicola provoca grande attenzione ed ammirazione da parte dei critici di tutto il mondo e gli vale tre nomination all’Oscar (miglior regia, miglior produttore e co-autore). Il film, prima Black Comedy della storia del cinema, è notevole anche da un punto di vista storico e riesce mirabilmente a dare forma al terrore dell’atomica all’epoca della guerra fredda, soprattutto in considerazione del fatto che gli ambienti sono ricostruiti con la massima verosimiglianza e tutte le procedure militari corrispondono a quelle realmente in vigore all’epoca.
“2001: Odissea nello Spazio” (1968) vede la luce dopo quattro anni di lavorazione e una spesa di 10 milioni di dollari, 6 milioni e mezzo solo per gli effetti speciali. Il film, oltre ad essere uno dei picchi più alti raggiunti dalla cinematografia mondiale, è una profonda riflessione filosofica sulla natura dell’uomo, sulla sua evoluzione e sul suo rapporto con l’universo. Il film riceve svariate nomination agli Oscar, ma vince solo quello per gli effetti speciali. Numerosissime le scene da antologia, dalla più ampia ellissi della storia del cinema, dall’osso della scimmia all’astronave oblunga che “danza” sulle note del “bel Danubio blu” alla sequenza delle stelle, fino all’enigmatico finale con l’embrione che dallo spazio, concede uno sguardo in macchina che buca lo schermo cinematografico fino allo spettatore.

Kubrick progetta un nuovo kolossal sulla vita di Napoleone, ma la produzione, troppo costosa, non decolla. Nell’estate del 1969 si dedica allora all’elaborazione della sceneggiatura del romanzo di Antony Burgess “Arancia Meccanica”, che realizza nell’inverno del 1970/71, girando quasi completamente in esterni, con una piccola troupe, macchine molto leggere e il suono in presa diretta.
Un nuovo progetto di grande portata è il successivo film storico: Barry Lyndon (1975), tratto dal romanzo di W. M. Thackeray. Girato in Irlanda, Inghilterra, Germania, il film comporta un grande dispendio di mezzi, dovuto anche all’ormai leggendario perfezionismo di Kubrick che gira chilometri di pellicola per ogni scena, e impone riprese complicatissime per sfruttare esclusivamente la luce naturale. A questo scopo Kubrick utilizza un obiettivo Zeiss per macchina fotografica adoperato dai tecnici della NASA che gli permette riprese notturne avvalendosi soltanto della luce delle candele.
Dopo aver rifiutato l’incarico di realizzare il sequel de L’Esorcista (1973), Kubrick accetta l’offerta dei dirigenti della Warner Bros di portare sul grande schermo il romanzo di Stephen King: “The Shining” (1980). Il film viene realizzato nell’arco di quattro anni ed è caratterizzato come sempre da un’estrema cura tecnica, che comporta tra l’altro l’utilizzo della staedy-cam, come detto in precedenza.
Devono trascorrere altri sette anni perché il regista si dedichi ad un nuovo progetto, affrontando un genere cinematografico completamente diverso: a partire dal romanzo The Short Timers di Gustav Hasford, realizza il film di guerra “Full Metal Jacket” (1987). Il Vietnam, ricostruito in una vecchia stazione del gas a Beckton, alle porte di Londra, è l’ambientazione che consente a Kubrick di descrivere la regressione della recluta Joker da soldato ad assassino che scompare nell’oscurità cantando la canzone di Mickey Mouse.

Il film che chiude la carriera cinematografica di Kubrick costituisce anche la più enigmatica delle sue opere. Costruito sull’intreccio di psicologia e racconto giallo, Eyes Wide Shut (1999) deve la propria origine alla novella Doppio Sogno di Arthur Schnitzler, alla quale si mantiene sostanzialmente fedele, allontanandosene per quanto riguarda solo il significato criptico del messaggio. Kubrick muore prima dell’uscita nelle sale stroncato da un infarto, dopo anni di lavorazione e due anni di riprese.

Maniaco della perfezione, esigente sul set, assoluto padrone di ogni fase della realizzazione dei propri film che spesso sceneggia, gira e monta lui stesso, Kubrick ama giocare sulle ossessioni, sui meccanismi ludici, sulle simmetrie perfette: il suo cinema forma una fitta rete di rimandi alle altre arti – pittura, letteratura, musica, teatro, architettura – costituendo una sintesi estetica e una summa poetica come pochi altri nella storia del cinema.

Il senso estetico dei suoi film è il risultato di un lavoro di integrazione fra diversi canali comunicativi: il contesto reale delle sue storie è infatti un tessuto di immagine e musica, elemento fondamentale per veicolare emozioni nello spettatore. In ogni pellicola il regista recupera ispirazioni dalla storia dell’arte di ogni secolo, da Jack Torrance abbandonato sulla sedia di lavoro che richiama “Il sonno della ragione genera mostri” di Goya, ai magistrali Piano Sequenza di Barry Lyndon, continue citazioni dei quadri inglesi tra il ‘500 e il ‘600. La musica inoltre, elemento fondamentale, sottolinea in ogni film momenti particolari. Dal “Ludovico Van” di Alex che celebra la sua ultraviolenza, al candido swing della chiusura di Dottor Stranamore che celebra con leggerezza la fine dell’essere umano imputabile alla sua stessa stupidità. Ogni momento costruito tra immagine e suono è una risata a denti stretti sulla convenzionalità, è un rasoio che seziona i comportamenti degli astanti svelando come dietro le grandi ideologie ci sia solo la bassa animalità dell’essere umano.

Nicola Celentano

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2 Responses

  1. giuliano, cosa volevi dire? 🙂

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