The Cure: non solo gothic

the-cure.jpg Ancora un debutto su BE! Magazine, quello di Nicola Celentano, che ci presenta una breve monografia dedicata ad uno storico gruppo musicale: The Cure. La band di Robert Smith ha un gran numero di fedelissimi fans anche in Italia… vedremo se si faranno sentire nei commenti!

Aprile 1977: la Hansa Records, casa tedesca di produzione musicale che lavora al di fuori delle grandi corporations, organizza dei provini per trovare nuove leve. Quattro ragazzi chiamati ‘’Easy Cure” partecipano, e ottengono finanziamento e contratto discografico. Successivamente, il gruppo rescinderà il contratto perché i ragazzi erano stufi di dover accontentare l’etichetta cimentandosi in cover di famosi testi.

Un ragazzo lascerà la band e i tre rimasti decideranno di cambiare nome perché, come dichiara il leader Robert Smith:
”Avevo sempre pensato che Easy Cure suonasse un pò hippy, troppo americano; ogni gruppo che ci piaceva aveva il ”the” davanti, ma The Easy Cure sembrava stupido, così l’abbiamo cambiato semplicemente in The Cure.”

Il gruppo sfonderà attraverso la più classica formula rock: chitarra (Robert Smith), basso (Michael Dempsey), batteria (Lol Tolhurst). Siamo in epoca punk e la musica dei Cure risente di questa influenza, contaminandola con la melodia pop e realizzando una serie di canzoni brillanti, brevi, orecchiabili.

Robert Smith, il leader carismatico della band, nasce a Blackpool nel 1959, ma cresce a Crawley, nel West Sussex. Desiderava essere uno scrittore e aveva giurato che si sarebbe suicidato prima del venticinquesimo anno di età. Ma dopo il venticinquesimo compleanno si è corretto, affermando che si era reso conto di aver combinato qualcosa di importante nella vita e che quindi valeva la pena continuare a vivere! Sottolineava, tuttavia, la sua brutta abitudine di bere molta birra.

I Cure vengono spesso definiti come appartenenti al genere del gothic rock per via della loro immagine triste e decadente dei primi anni Ottanta, quando hanno ottenuto popolarità grazie a Pornography, oltre che a causa della forte componente emozionale delle loro canzoni. Robert Smith, però, ha più volte rifiutato questa definizione.

L’album d’esordio ”Three Imaginary Boys” ripropone la formula pop-rock dei primi singoli, ma con minor estro. L’album ha uno strano destino: quasi rinnegato da Smith, che lo considera una sorta di falsa partenza, ma non mancherà mai di riproporne ampi stralci dal vivo.

Con ”Seventeen Seconds” del 1980 le atmosfere si incupiscono, i ritmi rallentano, le sparse note di chitarra echeggiano in uno spazio vuoto, nel quale emerge a tratti la voce di Smith, come un lamento ultraterreno. E’ il disco che consegna alla storia i Cure più noti, nonché la canzone che più di tutte li rappresenta.
A Forest è un irresistibile saliscendi di basso e chitarra che si perdono nell’intrico di un assolo che si attorciglia su se stesso fino a spegnersi sulle note cadenzate di un basso simile al battito di un cuore pulsante. Il cambiamento è frutto dell’ingresso di Simon Gallup (alter ego di Smith).
Resta un perverso gusto per la melodia che rende irresistibili questi brani ossessivi e dolorosi, e renderà grande il più compiuto album successivo, ovvero ”Pornography”. Qui le ritmiche del basso e della batteria vengono in primo piano con un effetto quasi tribale.

Sono però i testi e le declamazioni di Smith a rendere tutti i brani degli autentici inni di una crisi che è condivisa dal cantante coi ragazzi del suo pubblico, disorientati dal vuoto di prospettive e dal conformismo degli anni Ottanta, cui reagiscono trasformando i Cure in un autentico fenomeno di culto, pronto a dilagare dall’Inghilterra al resto d’Europa. In ”Pornography” il tema della caduta da uno stato di innocenza primigenio viene portato alle estreme conseguenze, consegnando la visione di un mondo fatto di degradazione e corruzione, dove l’esperienza, il tempo, il sesso, sono soltanto i viatici di una morte mai così contigua alla vita stessa.

La parte maggiore della carriera dei Cure si chiude con ”Wish” del 1992, album gradevole, ma interessante soprattutto perché è un disco energico che sacrifica il vecchio intimismo al bisogno di sonorità in grado di reggere lo spazio degli stadi americani dove ormai la band, all’apice del successo, si trova a suonare abitualmente. Per un gruppo come i Cure, ingiustamente isolato dalla critica nelle ristrette pastoie della categoria gothic, è interessante notare l’appartenenza piena alla evoluzione della musica popolare britannica, come figli di Beatles e Pink Floyd.

thecure2.jpgSpenti i fuochi fatui dell’ultimo successo Friday I’m In Love, rimane una band che non sa come porre fine alla propria storia. Ecco quindi i recenti album di inediti sempre dignitosi ma pleonastici, incapaci di aggiungere qualcosa di nuovo ai consueti stilemi se non una patina di travagliata maturità.

Svanito il clima festaiolo degli anni Novanta, poco propizio alle inquietudini per i britannici, il fosco clima del Duemila sembra favorire un ritorno alle introspezioni nervose della vecchia onda. E’ il plauso delle nuove generazioni di musicisti, nonché il generale clima di revival della new wave, a stimolare dunque il ritorno del 2004 con l’energia fisica delle esecuzioni e la ritrovata verve vocale. Lost è un crescendo isterico che cita un vecchio brano improvvisato, Forever, con cui i Cure solevano chiudere i concerti negli anni Ottanta, cambiandolo ogni sera.

Questa particolare canzone, Forever, esiste solamente in versione live: non ha un testo prefissato e, per ogni esecuzione, Robert Smith inventava un testo diverso. Probabilmente, è stata eseguita per la prima volta il 31 maggio 1980, a Herford. Il testo di quella performance originaria era costituito da un augurio per Simon Gallup, il cui compleanno ricorreva il giorno seguente. Ne esistono tantissime versioni famose, come quella del 7 giugno 1982, eseguita a Parigi, della durata di 11 minuti, riconosciuta tra i fans per il suo verso più significativo, che recita: ”All I have to do is kill her” (”Non devo far altro che ucciderla”).

I Cure sono diventati ricchi e famosi senza cambiare una virgola della loro arte musicale.
Hanno conquistato il pop, non sono stati conquistati dal pop. Una differenza minima ma gigantesca. Perché va contro le regole e gli schemi del mercato della musica moderna, e del suo scorrere.
I Cure hanno imposto la loro musica al mondo. Essi appartenevano ad un periodo. Non sbucavano dal nulla; venivano da un mondo e avevano una storia.
Uscivano dal punk e da un certo retrogusto psichedelico perché era la fine degli anni Settanta, ed entravano in quella zona oscura che transitava l’esasperazione del punk in nichilismo e intimismo.

Nicola Celentano

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